Gioia Tauro, cinque barche fermano una nave con componenti militari per Israele

A Gioia Tauro cinque barche fermano una nave diretta a Israele. Mentre il governo dichiara lo stop alle armi, i porti raccontano altro

Gioia Tauro, cinque barche fermano una nave con componenti militari per Israele

C’erano cinque barche in mare, venerdì 29 maggio, davanti all’imboccatura del porto di Gioia Tauro. A bordo, attivisti della Thousand Madleens Coalition e di Global Intifada, in acqua per impedire l’attracco di una portacontainer della MSC che doveva caricare materiale bellico destinato a Israele. L’azione, dicono gli organizzatori, è perfettamente riuscita: la nave ha rinunciato a otto dei sedici container fermi da circa due mesi nello scalo calabrese, contenitori che secondo i manifestanti custodiscono acciaio balistico e materiale dual use.

A terra, nel pomeriggio, il Coordinamento Calabria per la Palestina ha convocato un presidio davanti ai cancelli e poi, sul lungomare di San Ferdinando, una conferenza stampa per rilanciare la lotta contro la filiera bellica e l’economia di guerra. «Sono mesi che ci mobilitiamo contro la complicità dei nostri governi e il passaggio del materiale bellico dai nostri porti», ha detto un attivista a Radio Onda d’Urto. Intanto Cub, Si Cobas, Usi e Adl avevano proclamato per la stessa giornata uno sciopero generale di 24 ore.

Il presidio, ha ricordato Peppe Marra dell’Usb, si è intrecciato con un altro fatto di quei giorni: il ribaltamento di uno straddle carrier nello scalo e il ferimento grave di un operatore portuale, Alessandro Cortese. L’economia di guerra e i morti sul lavoro, qui da noi, finiscono per camminare insieme.

La rotta che il porto conosce già

Gioia Tauro questa storia la conosce molto bene. I precedenti, del resto, non mancano. Risalgono già al giugno 2024 quando fu sequestrata proprio qui un’altra nave per traffico d’armi, e da allora lo scalo è un osservatorio per chi vuole capire dove passa la guerra. Tra il 2013 e il 2022 l’industria italiana ha venduto a Israele armamenti per quasi 120 milioni, in media dodici l’anno.

Il blocco che non blocca

Qui da noi il governo ripete sempre la stessa frase. Antonio Tajani, a Cernobbio, l’ha definita «una leggenda metropolitana», assicurando che dal 7 ottobre 2023 l’Italia ha sospeso tutti i contratti con Israele. Giorgia Meloni, in Senato nell’ottobre 2024, aveva parlato di blocco completo delle nuove licenze, più severo di quello di Francia, Germania e Regno Unito. Eppure i numeri dicono altro. Secondo l’Agenzia delle Dogane, citata dall’Osservatorio Opal, nel 2024 sono partite verso Israele 212 operazioni di export militare per 4,2 milioni di euro, tutte su licenze rilasciate prima dello stop. Nel 2025 le spedizioni hanno superato i 22,6 milioni.

C’è poi il verso opposto, quello che si cita di rado. L’Italia da Israele compra: nel 2024 ha rilasciato 42 nuove autorizzazioni all’import per quasi 155 milioni di euro, e nel 2025 il 4,3% degli armamenti importati, circa 85 milioni, veniva da Tel Aviv. La cornice è un memorandum di cooperazione militare firmato a Parigi nel 2003 ed entrato in vigore nel 2005, sospeso dal governo Meloni solo nell’aprile 2026, con due anni e mezzo di Gaza alle spalle. Intanto, a maggio 2024, la stessa maggioranza approvava in Commissione Bilancio lo schema di decreto SMD 19/2024: 1,6 miliardi per una piattaforma aerea di sorveglianza di tecnologia israeliana.

È questa la vigliaccheria che le barche hanno provato a nominare: un Paese che proclama il blocco e tiene aperto il transito, che vende poco e compra molto, che sospende un patto solo quando le immagini di Gaza diventano impresentabili. Le navi, venerdì, hanno cambiato rotta. I container restano a Gioia Tauro. Tutto il resto resta dove sta, nei porti e nei decreti.