Sanità, due record nella stessa Legge di Bilancio: la Manovra porta il fondo al massimo storico e la quota sul Pil al minimo

Sanità, fondo al massimo storico (148,2 miliardi) e quota sul Pil (5,87%) al minimo. Alle Regioni 138 milioni, agli over 75 un voucher per un anno

Sanità, due record nella stessa Legge di Bilancio: la Manovra porta il fondo al massimo storico e la quota sul Pil al minimo

Il Fondo sanitario nazionale arriverà nel 2029 a 148,2 miliardi, la cifra più alta di sempre, e nello stesso anno varrà il 5,87% del prodotto interno lordo, la quota più bassa di sempre. Due record nella stessa riga di bilancio. Il governo ne racconta uno solo. I numeri sono della Fondazione Gimbe, che oggi ha passato al setaccio la quinta legge di bilancio del governo di Giorgia Meloni (FdI) sul testo bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato: il rapporto tra fondo e PIL scende dal 6,14% del 2026 al 6,11% del 2027, poi scivola sotto la soglia del 6% e lì resta fino alla fine del triennio.

Meloni, secondo la ricostruzione del Post, ha parlato di 5 miliardi per la salute dei cittadini. Conviene contarli lentamente. La manovra aggiunge al fondo 2,37 miliardi nel 2027 e 7,1 nell’intero triennio, circa 2,4 l’anno, contro gli oltre 18 chiesti dalle Regioni e i 5,5 che lo stesso ministro della Salute Orazio Schillaci aveva indicato come necessari. E 1,6 miliardi di quella cifra annunciata stanno fuori dal fondo: finiscono in un voucher.

Trecento euro, una volta sola

Il voucher vale 300 euro e spetta a chi avrà compiuto 75 anni entro il 31 dicembre 2026 con trattamenti pensionistici sotto i 28.000 euro lordi: circa 5,46 milioni di persone, 1.645 milioni di spesa, per il solo 2027. Come si potrà usare lo stabilirà un decreto attuativo che ancora manca. Gimbe avverte che se varrà anche nelle strutture private il denaro pubblico finirà a gonfiare la domanda del mercato. Il servizio pubblico resterebbe esattamente com’è.

Il voucher ha compagnia. Anche i 300 milioni per le prestazioni aggiuntive di medici e infermieri e i 100 milioni per l’Alzheimer valgono solo per il 2027, che per pura coincidenza è l’anno in cui scade la legislatura e si torna a votare. Per Gimbe le prestazioni aggiuntive chiedono altre ore a professionisti già stremati dai turni e rischiano di accelerare la fuga dal servizio pubblico. Sanità a scadenza, con la data delle urne stampata sulla confezione.

Il conto alle Regioni, lo sconto alle imprese

Intanto la distanza tra quello che lo Stato mette nel fondo e quello che il Documento programmatico di finanza pubblica prevede di spendere si allarga ogni anno: 5,4 miliardi nel 2027, 8,5 nel 2028, 11,8 nel 2029. Il buco tocca coprirlo alle Regioni. Quando lo Stato non copre, spiega Gimbe, le Regioni possono solo alzare le imposte o tagliare servizi e prestazioni. Secondo la Corte dei conti hanno chiuso il 2025 con 2,3 miliardi di disavanzo prima delle coperture, oltre la metà in più dell’anno precedente. Per la spesa libera riceveranno 138 milioni in tutto mentre l’Istat stima i prezzi di ottobre in crescita del 5,4% su base annua.

Proprio lì dove mancano i soldi per i servizi, la manovra trova il modo di aiutare l’industria: alza i tetti di spesa per i farmaci dall’8,8% al 9% e per i dispositivi medici dal 4,6% al 4,7%. Così il ripiano a carico delle aziende si alleggerisce. Poi crea un fondo da 160 milioni l’anno che passa dalle Regioni e arriva alle imprese farmaceutiche che investono in Italia. Il beneficio economico, annota Gimbe, va alle imprese.

Schillaci ha contestato in Parlamento l’espressione “tagli invisibili”, con cui Gimbe quantifica in 22,7 miliardi le risorse perse tra il 2023 e il 2027 rispetto a un fondo rimasto al 6,27% del PIL del 2022. In contabilità, del resto, quei tagli restano invisibili per definizione. Si vedono altrove: nei 42,4 miliardi che gli italiani hanno speso di tasca propria per curarsi nel 2025.

Due giorni prima che il Consiglio dei ministri approvasse la manovra, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva definito il servizio sanitario «un campo di assoluta priorità». Al governo è bastato scegliere quale dei due record mettere in vetrina. L’altro, quello misurato sul Pil, lo pagano i cittadini allo sportello, in contanti.