Il decreto ministeriale n. 29 è datato 19 febbraio 2026. Le iscrizioni alle classi prime degli istituti tecnici erano già chiuse da settimane. Prima si chiudono le liste, poi si cambia la scuola. È questo il punto di partenza dello sciopero che oggi ha fermato gli istituti tecnici di tutta Italia: più di trenta piazze, da Milano a Roma, da Torino a Firenze a Napoli. A chiamare l’astensione sono Flc Cgil, Cub Sur e Sgb, con l’adesione di Cobas Scuola e Usb Pubblico Impiego.
Cronologia scomoda
Il DM 29 è una riscrittura dell’assetto ordinamentale degli istituti tecnici: indirizzi, quadri orari, risultati di apprendimento, con effetto immediato sulle classi prime del 2026-2027. I ragazzi che si sono iscritti a febbraio hanno scelto una scuola, e a settembre ne troveranno un’altra. Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, nel parere del 5 febbraio, aveva già segnalato che il decreto arrivava «in ritardo rispetto ai processi già avviati nelle scuole». Il ministero non lo ha ritenuto un ostacolo. Ma intanto stanno nascendo comitati di genitori che valutano ricorsi legali.
Nell’arco del quinquennio, la riduzione complessiva delle ore è di 627 unità. L’area culturale generale perde 132 ore, di cui 33 di lingua italiana. Le discipline di base vengono alleggerite di 561 ore, spostate verso la “quota flessibile” orientata alle “esigenze formative delle imprese”, sta scritto nel decreto. Il quinto anno scende da 1.056 a 990 ore, con meno italiano nell’anno dell’esame di Stato. Biologia, Chimica, Fisica e Scienze della Terra vengono accorpate in un’unica disciplina che perde 231 ore. Le Tecnologie e Tecniche della Rappresentazione Grafica vengono dimezzate nel settore tecnologico. La Flc Cgil quantifica un saldo negativo di 576 docenti: 1.680 posti persi nelle discipline fondamentali, parzialmente compensati da 1.104 nuovi insegnanti tecnico-pratici.
Per la segretaria generale della Flc Cgil, Gianna Fracassi, si tratta di «una scelta politica precisa: subordinare l’istruzione alle esigenze delle imprese, indebolendo il valore nazionale del titolo di studio e accentuando le disuguaglianze territoriali, con un intervento che svuota il ruolo della scuola come presidio costituzionale di formazione critica e libera».
Cspi e risposta del governo
Il Cspi aveva avvertito nel parere del 5 febbraio 2026 che la riforma rischiava di tradursi «in una fonte di disorientamento per le scuole, di ulteriore precarietà per il personale docente e di discontinuità per gli studenti», chiedendo di definire una fase transitoria. Il ministero non ha risposto. La delegazione Flc Cgil in sede Cspi si era astenuta: «il nuovo assetto viene calato in un contesto di invarianza finanziaria».
L’incontro del 6 maggio tra ministero dell’Istruzione e del merito (Mim) e sindacati ha prodotto la promessa vaga di una futura modifica normativa, senza tempi né contenuti precisati. Fracassi ha definito la proposta insufficiente: «Le misure correttive prospettate non affrontano le criticità strutturali». La Rete Nazionale degli Istituti Tecnici, movimento auto-organizzato di docenti, ha già annunciato che senza la sospensione del decreto si andrà dal rifiuto di adottare i libri di testo alle dimissioni di massa dagli incarichi funzionali.
Prima la filiera tecnologico-professionale, poi il liceo del made in Italy, poi la sperimentazione del liceo in quattro anni. Ogni misura di questa legislatura ha avuto lo stesso marchio: meno tempo scuola, più mercato. L’obiettivo dichiarato è valorizzare l’istruzione tecnica al punto da proporre di ribattezzare tutti gli indirizzi superiori “licei”. La contraddizione è nei fatti: 627 ore tagliate nel quinquennio, scienze dimezzate, decreto firmato a iscrizioni già chiuse. Nelle trenta piazze di ieri, quella contraddizione è scesa in strada. Il prossimo anno scolastico è tra quattro mesi.