Senza scampo da Nord a Sud. In Italia 15 mila siti inquinati

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di Andrea Koveos

Rifiuti tossici, fumi neri, sversamenti illegali, aria irrespirabile, inquinamento elettromagnetico. Da Napoli a Montichiari, da Rosignano a Taranto, passando per il Lazio e la Sicilia. Un Paese dei veleni responsabile del cosiddetto biocidio. Termine utilizzato per la prima volta da un attivista dei comitati anti-discarica ad Afragola, uno dei comuni dell’area nord di Napoli e cuore della Terra dei fuochi. In Italia i siti potenzialmente contaminati sono circa 15 mila. Fra questi oltre 3.400 sono stati dichiarati già contaminati. Si tratta di un numero impressionante destinato a crescere ogni anno. A tale cifra vanno aggiunti gli oltre 1.500 siti minerari abbandonati censiti e le aree comprese nei siti di interesse nazionale che corrispondono, tutti insieme, a circa il 3% dell’intero territorio italiano e a oltre 330 mila ettari di aree a mare. E ancora fabbriche inquinanti, discariche infinite, roghi di rifiuti tossici e industrie del Nord che sversano i loro rifiuti al Sud. Il tutto condito dalle numerose inchieste che le Procure di mezza Italia stanno effettuando per tentare di arginare il fenomeno delle ecomafie. La Campania poi fa storia a sé: le zone certificate come gravemente inquinate sono principalmente frutto dello sversamento abusivo di rifiuti industriali, mentre nel resto d’Italia la causa principale consiste in un malsano sviluppo del sistema produttivo. “Oggi – come riporta il libro inchiesta “Il Paese dei veleni”, a cura di Antonio Musella e Andreina Baccaro – che l’Italia non può più ignorare il prezzo troppo caro in termini di vite umane che ha versato e continua a versare, anche le bonifiche si rivelano un grande business”.

La legge Ronchi
È la n°22 del 1997. Istituisce 57 Sin, ovvero i siti di interesse strategico nazionale, aree gravemente inquinate per cui lo Stato italiano ritiene indispensabile la bonifica. Diversi decreti e diverse leggi hanno allungato l’elenco dei siti. I primi sono stati istituiti con la Legge 426 del 1998, poi il Decreto Ministeriale 468 del 2001, poi la Legge 179 del 2002, e gli ultimi con la Legge 266 del 2005 e con decreti ministeriali nel 2008. Tra i Sin le aree industriali di Porto Marghera, Taranto, Piombino, Massa Carrara, La Spezia, Mantova, Milano, Napoli est, le discariche di Pianura a Napoli e di Pioltello e Ròdano in Lombardia, l’area lagunare di Marano e Grado in Friuli e la Valle del Basento in Basilicata. Zone in cui l’inquinamento ha portato anche ad un peggioramento delle condizioni di vita. In molte di queste aree, infatti, il nesso tra aumento delle malattie tumorali, delle malformazioni neonatali e le intense ed inquinanti attività industriali è certificato ed evidente. Dei 57 Sin solo due, quello di Bolzano e di Fidenza, sono stati bonificati da quando, la bellezza di sedici anni fa, furono inquadrati all’interno della Legge Ronchi. Come se non bastasse l’Italia è il peggior paese europeo per la qualità dell’aria.

Fibra letale
Messo al bando da una legge del 1992, è stato fatto molto poco per rimuovere questa fibra letale dal territorio nazionale e garantire ai cittadini il loro diritto alla salute – come fa notare il coordinatore del settore scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti. Il Cnr ha calcolato che ci sono oltre 32 milioni di tonnellate di amianto presenti sul territorio nazionale, prendendo in considerazione solo le onduline di cemento amianto. Secondo i dati elaborati lo scorso anno da Legambiente, sono in attesa di bonifica circa 50 mila edifici pubblici e privati e 100 milioni di metri quadrati strutture in cemento-amianto, a cui vanno aggiunti 600mila metri cubi di amianto friabile. E’ lo stesso piano nazionale amianto – ha proseguito il responsabile scientifico di Legambiente – a proporre un extra-incentivo per la sostituzione dell’eternit con il fotovoltaico tra gli strumenti per finanziare e accelerare le bonifiche. Uno strumento cancellato dai recenti conti energia, nonostante abbia portato alla rimozione di oltre 20 milioni di metri quadrati di eternit dai tetti e all’installazione di 2.159 Mw da fonti energetiche pulite e rinnovabili.