Si scrive microcredito, si legge macrospreco

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di Andrea Koveos

Desolazione di Stato, replicata negli anni nonostante la crisi finanziaria e i tagli. L’ente nazionale per il microcredito, classificato come organismo inutile dal Governo Monti, è uscito miracolosamente indenne dalla spending review. Oggi è ancora lì ad accogliere a braccia aperte finanziamenti pubblici. Uno spreco di risorse secondo molte associazioni di categoria. Che cosa dovrebbe fare l’ente nazionale per il microcredito? Aiutare i piccoli imprenditori con un importo massimo di 25 mila euro e le persone “in condizioni di particolare vulnerabilità economica e sociale”, con una somma non superiore ai 10 mila euro. Le finalità sono nobili, ma i risultati fino ad oggi sono stati deludenti. Per la Corte dei Conti una ragione esiste e la mette nero su bianco: l’Ente deve fare “ogni sforzo per ridurre i costi interni di struttura, al fine di massimizzare le risorse concretamente destinabili alle sue finalità ultime, fissate dalla legge e dallo statuto”.

L’organismo presieduto da Mario Baccini costa quasi due milioni di euro l’anno e, come certifica la Corte, la spesa per interventi di microfinanza è di poco superiore ai 60mila euro.  Del resto far funzionare la macchina amministrativa  costa caro: oltre il 72 per cento del totale delle spese correnti, una somma cioè che supera il milione di euro.  Le “uscite per gli organi dell’Ente” sono 345mila euro. C’è dell’altro. Per le collaborazioni esterne se ne sono andati 373mila euro, mentre la voce “uscite per l’acquisto di beni di consumo, servizi ed oneri di funzionamento” aumenta del 65,78% rispetto al 2010, essendo pari a 348mila euro.
L’ente nazionale per il microcredito è ben strutturato. Oltre al presidente Baccini che percepisce uno stipendio di 108mila euro l’anno, sul libro paga c’è anche un segretario generale, Riccardo Graziano, che si porta a casa 147mila euro l’anno. Vanno aggiunti i compensi per i componenti del Cda e dei revisori dei conti, del vicepresidente e del vicesegretario generale; una decina di persone in tutto. Eppure la legge prevedeva per questa struttura al massimo 20 dipendenti, quindici dei quali acquisiti  da altre pubbliche amministrazioni mediante collocamento in posizione di comando o fuori ruolo, secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti. E le restanti 5 unità reclutate a tempo indeterminato mediante concorso pubblico.
Per le associazioni di categoria e per lo stesso governo Monti l’Ente in un primo momento poteva essere tranquillamente eleminato. Non la pensa così la dirigenza che rivendica, invece, risultati più che soddisfacenti. Per il presidente Baccini, contattato dalla Notizia, “in questi ultimi anni l’Ente è riuscito a reperire oltre 10 milioni di euro di finanziamenti europei assumendo circa 100 giovani laureati. I soldi pubblici sono stati ben investiti: a fronte di una spesa di 1 milione e 800mila euro abbiamo fatto maturare una cultura della microfinanza e sostenuto realtà escluse da qualsiasi circuito creditizio”.Rimangono, però, le stracare spese di gestione (perfino un app per controllare sul telefonino i bandi in corso e una rivista interrotta a febbraio del 2011) e i numerosi protocolli d’intesa che lasciano qualche dubbio di utilità. Intese, come con il Banco della Provincia di Buenos Aires, con il Governo della Repubblica Domenicana, cui dovrebbero seguire altrettanti attività creditizie.  In linea generale, dunque, il microcredito se ben utilizzato, rappresenta uno strumento importante per arginare la crisi. La soluzione alla non esaltante dinamismo italiano arriva ancora dalla Corte dei Conti: l’attività di microcredito, fin qui sviluppatasi soprattutto nei paesi in ritardo di sviluppo, assume anche nei paesi sviluppati un ruolo maggiore di quello, in verità piuttosto limitato, fin qui svolto. Ma ciò potrà avvenire solo se al presumibile aumento della domanda farà seguito un adeguamento delle strutture di offerta, non scontato in un settore che, in tutto il mondo, fa largo affidamento su forme diverse di sostegno pubblico.

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