Un sondaggio condotto a luglio rileva che nei centri commerciali e negli outlet il 41,5% degli intervistati si sente poco o per nulla sicuro. La quota sfiora il 40% anche nei negozi di quartiere e nei supermercati, mentre cresce l’interesse per polizze, allarmi e vigilanza privata.
Dai centri commerciali ai negozi di quartiere, una ricerca IZI registra una vulnerabilità diffusa. Misura la percezione, non i reati e racconta un Paese nel quale la sicurezza sta diventando un servizio e un prodotto da acquistare.
La paura entra nei luoghi più ordinari. Si infila tra le vetrine di un centro commerciale, accompagna la spesa al supermercato e arriva fino al negozio sotto casa. Non perché questi spazi siano necessariamente diventati più pericolosi, ma perché una parte consistente degli italiani non li vive più con piena tranquillità.
Secondo la ricerca “Sicurezza 2026 – Percezione della sicurezza e domanda assicurativa in Italia”, realizzata da IZI, il 41,5% dei rispondenti alla rilevazione sui luoghi di consumo si dichiara per nulla o poco sicuro nei centri commerciali e negli outlet. La quota è del 39,4% nei negozi di vicinato e nelle boutique del centro, del 38,2% nei grandi supermercati e ipermercati e del 35,1% nelle strutture ricettive.
Il dato non misura quanti furti, rapine o aggressioni avvengano. Misura la sensazione con cui si entra in quei luoghi. L’insicurezza non resta un sentimento privato, ma viene tradotta in domanda di polizze, allarmi, videosorveglianza, vigilanza e tutela legale.
Nei centri commerciali l’insicurezza percepita arriva al 41,5%
Il valore più alto riguarda centri commerciali e outlet. IZI lo collega alla concentrazione di persone, all’anonimato e alla paura di borseggi. Nel rapporto viene definito effetto “ammassamento”: più il luogo è affollato e impersonale, maggiore sarebbe la vulnerabilità avvertita.
Alberghi e resort ottengono il risultato migliore, pur lasciando poco tranquillo oltre un intervistato su tre. Il controllo degli accessi e la presenza riconoscibile della reception e del personale funzionano come un presidio visibile.
Neppure il negozio sotto casa riesce più a rassicurare
Il dato più sorprendente riguarda il commercio di vicinato. Nei piccoli negozi e nelle boutique del centro l’insicurezza percepita raggiunge il 39,4%, appena 2,1 punti in meno rispetto ai grandi centri commerciali.
La prossimità, quindi, non basta. Conoscere il commerciante o muoversi nel proprio quartiere non cancella la sensazione di rischio. Per gli esercenti il problema si aggiunge a una crisi già profonda: secondo Confcommercio, dal 2012 al 2025 sono scomparsi oltre 156mila negozi al dettaglio e attività ambulanti. La Notizia ha già raccontato la desertificazione commerciale che spegne le strade e riduce i servizi.
Un negozio aperto porta luce, passaggio e relazioni. Una serranda abbassata svuota la strada, ma il piccolo esercente deve anche sostenere il costo di allarmi, telecamere, assicurazioni e protezione delle merci, senza la capacità finanziaria di una grande catena.
Percezione della sicurezza e reati non raccontano la stessa cosa
Sentirsi insicuri non significa trovarsi automaticamente in un luogo nel quale avvengono più reati. Il confronto con il Rapporto Bes 2024 dell’Istat aiuta a separare i due piani.
Nel 2024 i principali reati predatori considerati dall’Istituto sono rimasti sostanzialmente stabili. I furti in abitazione hanno riguardato 8,5 famiglie ogni mille. Le vittime di borseggio sono state 5,1 ogni mille abitanti e quelle di rapina 1,1 ogni mille. Nel confronto con il 2014 tutti e tre gli indicatori risultano migliorati.
Nello stesso anno, però, la sicurezza percepita è peggiorata. La quota di persone che si sente molto o abbastanza sicura camminando da sola al buio nella zona in cui vive è scesa al 56,7%, perdendo 5,3 punti in un anno. Le famiglie che considerano il proprio quartiere molto o abbastanza esposto alla criminalità sono salite dal 23,3% al 26,6%.
Le rilevazioni non sono sovrapponibili: l’Istat osserva la zona di residenza, mentre IZI concentra l’attenzione sui luoghi del consumo e dell’accoglienza. Insieme, però, mostrano che reati registrati e paura non avanzano necessariamente alla stessa velocità. La Notizia lo ha già evidenziato analizzando le strette sulla sicurezza che non riescono a rasserenare i cittadini.
Dalla paura alla polizza, il mercato della protezione
La ricerca IZI compie poi un secondo passaggio. Dopo aver misurato l’insicurezza, valuta la disponibilità a comprare protezione.
Tra imprese, commercianti e professionisti, il 61,6% dichiara di avere già sottoscritto una copertura o di considerare molto o abbastanza probabile farlo nei dodici mesi successivi. Per casa e famiglia la propensione complessiva arriva al 45,6%.
Per un esercente un furto, una spaccata o un danneggiamento possono significare merci perdute, giorni di chiusura, spese legali e interruzione dell’attività. Per le imprese più piccole il danno può diventare un rischio per la sopravvivenza economica.
Il documento indica alle compagnie come trasformarla in offerta commerciale: polizze multirischio per gli esercizi, convenzioni attraverso le associazioni di categoria e pacchetti che uniscano danni, furti, vandalismo e tutela legale.
Per le famiglie suggerisce campagne rivolte a chi possiede già una polizza auto o vita e formule che integrino assicurazione, allarme domestico e vigilanza in un unico canone mensile.
La paura viene così rilevata, classificata e convertita in un prodotto.
Quando sentirsi protetti dipende dalla possibilità di pagare
Polizze, videocamere, sensori e vigilanza possono ridurre le conseguenze di un reato e aumentare la tranquillità, ma hanno un prezzo.
Una grande catena può distribuire la spesa su molti punti vendita. Un piccolo commerciante deve sottrarla a margini spesso già ridotti. Una famiglia con redditi elevati può aggiungere un allarme e una copertura assicurativa alle uscite mensili. Chi fatica con affitto, mutuo e bollette rischia, invece, di restare fuori anche dal mercato della protezione.
Non è un fenomeno isolato. Un precedente rapporto Univ-Censis raccontato da La Notizia rilevava che il 65,1% degli italiani considerava insufficiente la capacità dello Stato di presidiare da solo tutti i luoghi sensibili e che il 74,4% riteneva indispensabili gli operatori della sicurezza privata.
Il punto non è contrapporre automaticamente pubblico e privato. È capire che cosa accade quando il secondo viene percepito come la risposta ordinaria alle insufficienze del primo. Se la tranquillità si compra, il livello di protezione rischia di seguire le stesse disuguaglianze del reddito.
Quando la tranquillità diventa un abbonamento, anche sentirsi protetti rischia di dipendere dal reddito.