La soap dei record. Il linguaggio è il segreto di Un Posto al sole. Si affrontano con scioltezza pure argomenti tabù

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Era il 21 ottobre 1996 quando esordì su Raitre la soap opera italiana più scugnizza e longeva. Si tratta di Un posto al sole, prodotto di punta del panorama televisivo nostrano. Gli abitanti di Palazzo Palladini sono come gli slogan di Renzi: non li schiodi neanche dietro promessa di bonifico mensile a 6 zeri. Qual è il segreto? Riti sciamani degli sceneggiatori? Sedute fiume di pilates degli attori? Niente di tutto questo. Il trucco sta nel linguaggio e nell’innata capacità di stare sempre sul pezzo senza, però, erigere muri di spocchia. Questa produzione tutta made in Italy, col sostegno di una scrittura sempre fresca e di ottimi attori, riesce ad intercettare i temi caldi e le contraddizioni più radicate della nostra società. Dalle dinamiche della famiglia più umile, alle scelte degli imprenditori di grido. Dai problemi quotidiani dal sapore tragicomico, al coraggio di reinventarsi. Seguendo con determinata sobrietà un fil rouge vicino al sociale, quest’inossidabile gruppo di lavoro macina stagioni senza mai perderne in ritmo. Anche le puntate dalla trama più disimpegnata intrattengono e predispongono ad una fiduciosa attesa dello snodo narrativo dietro l’angolo. è ambientata a Napoli, ma tocca la sensibilità di tutti gli italiani.

FRITTO MISTO
Insomma, la sua trasversalità è seconda solo a quella delle ospitate di Salvini, che non conoscono differenze di rete, razza o palinsesto. La camorra; la famiglia tradizionale di Raffaele che abbraccia con disinvolta coerenza la realtà delle coppie di fatto; l’amore storico di Angela e Franco, l’amore nuovo in cui l’orientamento sessuale non è più una deminutio e Sandro è uno di noi; l’onestà intellettuale nel mostrare il popolo napoletano senza inutili clichè, ma esattamente per quel saporito fritto misto che è.