Sta scritto in una riga di spesa: Israele pagherà i Paesi che accolgono i palestinesi di Gaza, e li pagherà in proporzione alle persone accolte. Si intitola “Disimpegno 710” ed è il programma con cui Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della Sicurezza nazionale, si presenta al voto del 27 ottobre. Il titolo unisce il ritiro da Gaza del 2005 e il 7 ottobre 2023.
Ogni obiettivo ha una scadenza: 250.000 persone fuori da Gaza il primo anno, 1,11 milioni entro tre, 1,86 milioni entro sette, su una popolazione che il Times of Israel stima in 2,3 milioni. Otto residenti su dieci. A chi accetta il partito Otzma Yehudit promette un “pacchetto di accoglienza” di ventiquattro mesi con viaggio, primo alloggio, formazione professionale e lavoro, mette a preventivo 10 miliardi di shekel per avviare la macchina e fino ad altri 50 miliardi legati alla partecipazione internazionale, e indica come destinazioni Turchia, Etiopia, Congo e paesi arabi che il partito lascia senza nome.
Ben-Gvir insiste che tutto questo è emigrazione volontaria. E pretende un ministero apposta come condizione per entrare nella prossima maggioranza, dopo aver riassunto la proposta in conferenza stampa il 3 settembre: «Tempo di fare le valigie». L’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra vieta i trasferimenti forzati di persone protette fuori dal territorio occupato “quali che siano i motivi”, e la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo del 19 luglio 2024, ha ricordato che Gaza resta territorio occupato. Il precedente lo ha nominato lui: Rehavam Ze’evi, fondatore nel 1988 di Moledet, il partito che chiedeva il trasferimento dei palestinesi verso i Paesi arabi in cambio di incentivi economici. Trentotto anni dopo quel trasferimento ha un pacchetto di accoglienza e una scadenza annuale.