Sono giornate da incubo per i servizi di intelligence di Kiev, alle prese con attacchi esterni e interni, che ne stanno mettendo a nudo lo stato di logoramento, dopo quasi quattro anni di guerra. Ieri un drone russo ha colpito direttamente la sede centrale dell’Sbu, il Servizio di sicurezza ucraino, in via Volodymyrska, nel pieno centro della capitale, a pochi passi dalla cattedrale di Santa Sofia.
“Oggi i russi hanno colpito direttamente il centro della nostra capitale, puntando all’ufficio del capo del Servizio di sicurezza dell’Ucraina”, ha denunciato il presidente Volodymyr Zelensky, che ha immediatamente incaricato il direttore dell’Sbu, Oleksandr Poklad, di preparare una risposta “adeguata, significativa e simmetrica”, in coordinamento con i vertici delle forze armate.
L’incursione ha provocato un incendio nel quartiere Shevchenkivsky, dopo che i rottami del velivolo si sono schiantati sul tetto di un edificio non residenziale: una botta che va dritta al cuore istituzionale del Paese, colpendo uno dei simboli della sicurezza nazionale ucraina, poco dopo un episodio imbarazzante quanto inquietante.
La sparatoria per strada tra 007 di Kiev
Sì, perché l’attacco di ieri arriva a stretto giro da un caso clamoroso, quello della sparatoria tra agenzie rivali di intelligence avvenuta mercoledì scorso in pieno giorno per le strade di Kiev. Agenti dell’intelligence militare (Gur) e del Servizio di sicurezza statale (Sbu) si sono affrontati a colpi di pistola, lasciando diversi feriti sul terreno.
Un episodio che ha mandato su tutte le furie lo stesso Zelensky, costretto a rimuovere alti funzionari da entrambe le agenzie: “Devono assumersi le proprie responsabilità: hanno agito in modo assolutamente inaccettabile”, ha dichiarato il presidente, promettendo che “i responsabili di questa vicenda saranno rimossi dall’incarico” e che serve “accertare la verità ed evitare che situazioni del genere si ripetano”.
Secondo i media ucraini, alla base dello scontro a fuoco ci sarebbe il fermo, da parte dell’Sbu, di un vicecomandante del Corpo dei Volontari Russi, il battaglione di russi anti-Cremlino che combatte per Kiev sotto il comando del Gur. L’Sbu ha parlato di un’operazione di “contrasto al sabotaggio” per “sventare un omicidio” ordinato da Mosca, sostenendo di aver scoperto contatti tra il comandante fermato e i servizi segreti russi; il Gur, dal canto suo, ha respinto l’accusa parlando di una “campagna di disinformazione mirata” contro i propri uomini.
Il caso, tutt’altro che chiuso, vedrà comparire in tribunale sia un membro del Gur, Sergiy Ivanov, rilasciato ma con l’obbligo di comunicare i propri spostamenti, sia un agente dell’Sbu. Due apparati che avrebbero dovuto essere alleati nello sforzo bellico contro Mosca, e che invece si sono affrontati armi in pugno nel cuore della capitale: un segnale di tensione interna che la Russia, con l’attacco di ieri proprio contro la sede dell’Sbu, sembra aver voluto sfruttare o quantomeno sottolineare con crudele tempismo.
Trump intanto manda i suoi emissari a Mosca e Kiev
Sul fronte diplomatico, mentre le bombe continuano a cadere, si muove qualcosa. Gli inviati del presidente statunitense Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono attesi oggi a Mosca per colloqui con Vladimir Putin, e domani a Kiev per un incontro con Zelensky, secondo quanto riferito da funzionari Usa ad Axios. Un nuovo tentativo di mediazione che, secondo il capo dell’Ufficio presidenziale ucraino Kyrylo Budanov, potrebbe tradursi in una ripresa vera e propria dei negoziati entro la fine di settembre.
In un’intervista al New York Times, Budanov ha spiegato che il calendario non è casuale: la ripartenza dei colloqui, mediati dall’amministrazione Trump, arriverebbe pochi giorni dopo le elezioni parlamentari in Russia e poche settimane prima delle elezioni di metà mandato per il Congresso americano, previste per l’inizio di novembre.
Resta però ben più cauto sui tempi concreti di una tregua sul terreno: secondo Budanov è “improbabile” che si creino le condizioni per un cessate il fuoco prima della primavera del 2027. “Prima o poi i negoziati porteranno a qualcosa. Non si può combattere per tutta la vita”, ha detto, in una dichiarazione che suona insieme come auspicio e resa di fronte alla lunghezza di un conflitto che continua a mietere vittime ogni giorno, ben oltre i tavoli diplomatici di Mosca e Kiev.