Strage di Capaci 25 anni dopo. Il sacrificio di Falcone che ancora non onoriamo. Parla Borsellino: “lui e mio fratello spartiacque per l’Italia”

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Un lascito importante. Uno spartiacque culturale fondamentale. Un testamento per i giovani e per l’Italia intera. Forse è anche e soprattutto per questo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono eroi perché, come dice a La Notizia, Salvatore, il fratello del magistrato che sarà ucciso 57 giorni dopo la strage di Capaci, “stavamo assistendo in quel periodo a uno spegnersi nell’indifferenza della gente dinanzi ai fatti di mafia”.

Da lì, invece, è cambiato tutto nella società civile.
Certo. Anche perché, ricordiamocelo, sia mio fratello che Falcone prima delle stragi venivano anche osteggiati da parte dell’opinione pubblica, dalle istituzioni e dalla stampa. C’è stato anche qualcuno che ha detto che l’attentato dell’Addaura fosse stato architettato dallo stesso Falcone.

È stata necessaria la loro morte, insomma, affinché fossero riconosciuti come eroi?
Il punto è che queste due stragi furono un vero e proprio colpo in pieno viso per l’opinione pubblica, per la gente, che reagì in maniera forte. Non mi dimenticherò mai cosa accadde al funerale degli agenti di Paolo: i rappresentanti delle istituzioni furono cacciati via a calci da chi li accusava di essere in qualche modo responsabile di quei brutali assassini.

Insomma, uno spartiacque da un punto di vista civile e culturale.
Spartiacque, ha detto la parola giusta. Nell’impegno soprattutto dei giovani. Soprattutto in loro, dopo quegli episodi, c’è stato un cambio di atteggiamento con la nascita di associazioni impegnate nella lotta alla mafia.

Ecco, forse la lungimiranza di Borsellino e Falcone stava proprio nella loro capacità di rivolgersi ai giovani.
Esattamente. Tanto Giovanni quanto Paolo. Le racconto questo: mio fratello, nella sua ultima lettera scritta la stessa mattina del 19 luglio, aveva presagito che la nostra speranza sono i giovani ed era ottimista per questo. Pur sapendo che di lì a poco sarebbe morto: sapeva che a Palermo era intanto arrivato il tritolo.

Lo Stato, invece, a lungo ha latitato.
Bisogna aver chiaro un punto: Falcone e Borsellino sono vittime non solo della mafia, ma anche di pezzi deviati dello Stato.

Secondo lei è possibile parlare, anche oggi, di trattativa Stato-mafia?
Non è possibile: è assolutamente possibile. Io ne sono convinto in pieno. In un certo senso, nulla è cambiato da ieri. Capaci e Via D’Amelio sono due stragi indissolubili. Uccidere Falcone senza Borsellino non sarebbe servito a nulla. Però sono diverse: il primo attentato è stato evidentemente preordinato e preparato in maniera che fosse il più scenografico possibile. Non a caso inizialmente si era pensato di uccidere Falcone a Roma, ma poi si è scelto di farlo in quella maniera perché doveva essere eclatante, una sfida vera e propria allo Stato.

E via D’Amelio, invece?
Quello è stato un “piano B”: un attentato realizzato in fretta perché si doveva impedire che mio fratello dicesse o facesse qualcosa.

In che senso?
Mio fratello, ne sono certo, sapeva della trattativa. E avrebbe denunciato le collusioni se non fosse stato ucciso. C’è un particolare che non deve mai sfuggire…

Cioè?
La mafia sa aspettare: dopo un assassinio “eccellente” come quello di Falcone, siccome la parte sana dello Stato reagisce, la mafia sa attendere. In quel caso non lo fece. Borsellino viene ucciso in fretta perché avrebbe, ritengo, denunciato quella trattativa di cui non si voleva si sapesse nulla. Io sono convinto che mio fratello sia stato ucciso perché era venuto a conoscenza di quella trattativa. Per questo viene ucciso e per questo sparisce la sua agenda rossa.

Depistaggi e sparizioni vanno avanti da 25 anni. Secondo lei c’è margine per sperare nella verità e nella giustizia?
Le dirò: la sentenza del Borsellino-quater (dello scorso 20 aprile, ndr) su questo punto è fondamentale, perché rappresenta una svolta importante, nonostante il silenzio della gran parte dei media. Questa sentenza ha portato all’assoluzione di Scarantino (Vincenzo, ndr) perché secondo i giudici è stato indotto a mentire. È stato affermato evidentemente che un depistaggio c’è stato. Non solo: dalla Corte di Caltanissetta sono stati rimandati alla Procura gli atti perché si indaghi più a fondo sul depistaggio e sulla sparizione dell’agenda rossa. Insomma, ci sono margini affinché si raggiunga finalmente la verità.

Un passo in avanti importante, dunque.
Finora sono stati messi macigni sulla via della verità della giustizia. Noi vogliamo la verità: e faremo di tutto perché ci si arrivi. Non ci rassegneremo mai alle tesi fasulle che fino ad oggi hanno cercato di propinarci.

Tw: @CarmineGazzanni