Il 23 maggio, come ogni anno, il teatrino della memoria istituzionale è pronto a mettersi in moto. Locandine suggestive, palchi addobbati, discorsi allettanti e fiumi di retorica pronti a sommergere la strage di Capaci sotto una coltre di santificazione rassicurante. Da sempre penso che la memoria, se vuole essere onesta, non può essere solo una parata. Deve essere un atto d’accusa che pretenda verità e giustizia. Oggi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro sono eroi nazionali, icone intoccabili. Troppo comodo!
Io che ho vissuto quel periodo storico non posso dimenticare come Giovanni Falcone sia stato trattato prima di diventare un martire. La memoria corta dei tanti cittadini di questo Paese non può a stendere un velo pietoso sul linciaggio mediatico, sui veleni del Palazzo di Giustizia di Palermo, sulle accuse infamanti di chi diceva che “le bombe se le metteva da solo” (come per l’attentato fallito all’Addaura), e sui colleghi magistrati che lo ostacolarono in ogni modo, negandogli la guida dell’Ufficio Istruzione e della Direzione Nazionale Antimafia. La verità dobbiamo dircela con estrema franchezza. Falcone fu isolato dalle stesse istituzioni che oggi si stringono attorno alla sua memoria.
Strage di Capaci, il 23 maggio è la fiera dell’ipocrisia
È stato reso vulnerabile ed attaccabile, e solo allora la mafia ha potuto colpire e uccidere. Trasformarlo in un eroe serve soprattutto a lavare la coscienza di chi, all’epoca, gli voltò le spalle. Il 23 maggio è diventato la fiera dell’ipocrisia. Vediamo sfilare in prima fila personaggi pubblici che, il resto dell’anno, firmano leggi che, di fatto, depotenziano la lotta alla criminalità organizzata, smantellano i reati contro la pubblica amministrazione o stringono mani ambigue in campagna elettorale.
Si celebra la “legalità” a favore di telecamera, riducendola a un concetto astratto, un marchio moralistico buono per tutte le stagioni, svuotato di ogni reale peso politico e sociale. A più di trent’anni da quel boato sull’autostrada A29, celebriamo una memoria che è anche profondamente mutilata. Sappiamo chi ha premuto il telecomando, ma i processi ci hanno detto solo una parte della storia. Chi sono i “concorrenti esterni”? Chi ha fatto sparire i dati dai notebook elettronici di Falcone? Chi ha gestito la transizione di potere tra lo stragismo mafioso e i nuovi equilibri politici degli anni ’90?
Finché la memoria si limiterà alla commozione e non pretenderà la verità integrale sui legami tra mafia, pezzi dello Stato, servizi segreti e massoneria deviata, Capaci rimarrà un mistero irrisolto travestito da mito nazionale. Ricordare Capaci non significa piangerne i morti. Significa pretendere di sapere chi li ha condannati a morte, dentro e fuori da Cosa Nostra. Tutto il resto è solo rumore di fondo, utile a far sentire la coscienza pulita a un Paese che, spesso, preferisce i martiri agli uomini liberi, l’apparenza alla giustizia e alla verità.
*Vincenzo Musacchio è professore di strategie di contrasto della criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University Newark (USA)