Uno sciame di droni, poi la forte esplosione che devasta uno dei più importanti ospedali del Sudan. Appena qualche secondo e il nosocomio smette di essere un rifugio davanti alle brutalità dello scontro che vede contrapposti l’esercito regolare e le milizie ribelli, per diventare un bersaglio. Succede nel sud-est del Sudan, nella provincia di Sinnar, dove l’ospedale Al-Mazmoum è stato colpito da un raid attribuito alle milizie paramilitari Rapid Support Forces (Rsf).
Almeno tre i morti e sette i feriti registrati a causa del raid. Ma il bilancio, come spesso accade in questi casi, non è definitivo e si teme possa aumentare nelle prossime ore.
Il raid delle RSF e il bilancio che pesa come un macigno
Secondo la Sudan Doctors Network, l’attacco è avvenuto la scorsa notte e dimostra la brutalità di questo conflitto che, a detta degli analisti occidentali, è il peggiore che si sta combattendo a livello globale. Le vittime e i feriti, infatti, sono civili o al limite personale sanitario. Nessun militare e nessun politico di alto profilo, solo obiettivi che, stando alle norme internazionali, dovrebbero essere risparmiati dai combattimenti ma che, in Sudan, sono obiettivi prioritari.
Lo sanno bene dalla rete dei medici che parla di “violazione flagrante del diritto internazionale umanitario” e di strage senza senso.
Civili intrappolati, cure negate
Quel che è certo è che in Sudan la situazione è sempre più drammatica. Ogni ospedale distrutto — o anche solo colpito — non è un danno collaterale, ma è una condanna a morte per i civili che senza cure, senza medicinali, e senza personale sanitario, non riescono a fare fronte ai loro problemi di salute.
Malgrado le accuse da parte dell’esercito regolare e della Sudan Doctors Network, al momento le RSF si sono trincerate nel più totale silenzio. Nessun commento o smentita, un glissare sull’argomento che assomiglia a una sorta di ammissione di colpe indiretta.