Dal Tar ferita alla libertà di stampa. Report si prepara a dare battaglia. La trasmissione d’inchiesta presenterà ricorso. E Ranucci non rispetterà il verdetto: “Meglio la galera”

Tar Report Ranucci
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“Io la sentenza non la rispetto, piuttosto vado in galera”. Sigfrido Ranucci non ne vuole sapere di abbassare i toni e durante la conferenza stampa (qui il video) in cui è stato affrontato il verdetto del Tar che ha condannata la trasmissione Report a svelare le fonti usate per lavorare a un’inchiesta sull’avvocato Andrea Mascetti (leggi l’articolo), preannuncia che assieme alla Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) intende impugnare il dispositivo davanti al Consiglio di Stato.

Ad aprire l’incontro è stato il segretario della di Fnsi, Raffaele Lorusso, che ha spiegato come la tutela delle fonti, messa in crisi dalla pronuncia del tribunale amministrativo del Lazio, non riguarda solo Report ma tutti i professionisti del settore come già emerso “pochi mesi fa in relazione alle intercettazioni” da parte della Procura di Trapani nei confronti dei cronisti che raccontavano la rotta migratoria nel Mediterraneo. Secondo Lorusso, alla luce della sentenza e visti gli esiti imprevedibili che potrà avere, in relazione alla tutela delle fonti “ci si deve chiedere come potrà essere assicurata da un freelance, pagato anche dieci euro ad articolo e che non ha alle spalle la Rai o un grande editore”.

Secondo il segretario di Fnsi, il quale si è detto pronto a sostenere tutte le azioni che Report intenderà perseguire in aggiunta alla doverosa impugnazione al Consiglio di Stato, a preoccupare è soprattutto che il verdetto del Tar “equipara il lavoro dei giornalisti a quello di qualsiasi burocrate” con atti amministrativi che possono essere richiesti senza colpo ferire. “Ma ciò”, sottolinea Lorusso, “tradisce l’essenza stessa del mestiere dove, invece, le fonti devono essere confidenziali e devono restare segrete altrimenti nessuno denuncerebbe nulla”.

A seguire è intervenuto Ranucci, giornalista e conduttore di Report, che ha ricostruito la vicenda raccontando che “ci siamo occupati in autunno della nuova tangentopoli lombarda” e seguendo la pista che puntava al forzista Nino Caianiello “ci siamo imbattuti nel ruolo dell’avvocato Mascetti”, ritenuto in orbita leghista e che aveva avuto diverse consulenze. “Gli abbiamo chiesto i documenti di ciò e ci ha detto di andarceli a cercare da soli, cosa che abbiamo fatto” ha spiegato Ranucci sottolineando il paradosso “che ora è lui a chiedere i documenti a noi”. Per questo il giornalista ha detto che “questa sentenza non la rispetto e non consegno le fonti, piuttosto vado in galera”, aggiungendo che “riceviamo 78mila email ogni 3-4 mesi che arrivano anche da amministratori indignati e io ora dovrei renderle pubbliche?”.

SILENZIO ASSORDANTE. Presente alla conferenza stampa sul caso Report anche il vice presidente M5S della Vigilanza Primo Di Nicola che si è detto “stanco di ascoltare discorsi attorno alle liti temerarie e al segreto professionale”, segnalando l’inazione della politica che su questi temi va avanti da “trent’anni”. Una situazione stantia che ha provato a sbrogliare presentando “una legge sulle liti temerarie”, composta da un singolo articolo, poi finita al centro di “un accordo di maggioranza davanti all’allora ministro Alfonso Bonafede”.

Nonostante ciò, sono passati due anni e la proposta di legge “è stata messa in soffitta”. Così, secondo il parlamentare, non resta altra via che “una mobilitazione della categoria che metta la politica con le spalle al muro” perché “non siamo di fronte a un problema di democrazia ma a un’emergenza democratica” la cui responsabilità è anche dagli operatori del settore che non sono stati in grado “di spiegare ai cittadini che la mancata tutela del lavoro giornalistico serve a tutelare l’intera collettività”.