Dopo gli attacchi iraniani del weekend alle navi in transito nello Stretto di Hormuz e la conseguente rappresaglia degli Stati Uniti, che hanno bombardato l’Iran, il cessate il fuoco fortemente voluto da Donald Trump sembra ormai un ricordo sbiadito. Del resto, lo stesso presidente degli Stati Uniti ha dichiarato chiaramente di essere disposto a “proseguire i colloqui” con Teheran, ribadendo però che la tregua “è finita” e che gli attacchi americani continueranno.
Peccato che, di fronte a questa prospettiva di “negoziati sotto le bombe”, il regime di Mojtaba Khamenei abbia già assunto una posizione di netta chiusura. Come spiegato dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, qualora gli Stati Uniti non rispettassero gli impegni assunti nel recente memorandum d’intesa siglato tra i due Paesi, l’Iran farà altrettanto.
“L’Iran ha agito con serietà e buone intenzioni nei negoziati e nessuno può accusarlo di aver violato i propri impegni. Sono stati gli americani a violare il Memorandum d’Intesa e a fare a pezzi l’accordo composto da 14 articoli.”
Insomma, i toni continuano ad alzarsi e il timore di un ritorno alla guerra aperta appare sempre più concreto. Proprio per questo Pakistan e Qatar stanno lavorando senza sosta per ridurre le tensioni e convincere le parti a riattivare la tregua. Un tentativo disperato, sul quale i mediatori continuano però a riporre grandi speranze, convinti che la ripresa delle ostilità non convenga a nessuno e che, nelle prossime ore o al massimo entro un paio di giorni, l’intesa tra Teheran e Washington possa essere rinnovata.
Trump archivia la tregua con Khamenei. E il Medio Oriente rischia di ripiombare nell’incubo della guerra Usa-Iran
Quel che è certo è che, mentre la diplomazia cerca di risolvere questa ennesima crisi, nel Golfo tornano a risuonare i boati delle esplosioni.
Come si legge sul sito del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), ieri è stata completata una lunga serie di attacchi contro l’Iran, ritenuto responsabile dell’aggressione a un’altra nave mercantile nello Stretto di Hormuz.
“Le forze statunitensi hanno colpito circa 140 obiettivi militari iraniani con munizioni di precisione lanciate da aerei da combattimento terrestri e navali, droni e unità navali. Tra gli obiettivi figuravano siti missilistici e di droni iraniani, capacità navali, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera”, prosegue il comunicato.
“Durante le tre notti di attacchi di questa settimana, il Centcom ha colpito oltre 300 obiettivi al fine di indebolire la capacità dell’Iran di attaccare i marittimi civili e le navi commerciali che transitano liberamente nello stretto. Il transito delle navi attraverso questo vitale corridoio marittimo internazionale continua senza interruzioni. Dall’inizio di maggio le forze statunitensi hanno contribuito a facilitare il transito di oltre 800 navi mercantili e di 400 milioni di barili di petrolio greggio attraverso lo Stretto di Hormuz”, conclude il Centcom.
Peccato che la situazione potrebbe essere ben diversa. Secondo quanto riportato dalla BBC, che cita il sito di monitoraggio della navigazione MarineTraffic, i transiti delle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz si sarebbero infatti “pressoché azzerati”, con soltanto sporadici casi di imbarcazioni transitate nel piccolo lembo di mare “al buio”, ossia con i transponder spenti.
Sale la tensione
Ma non è tutto. Di fronte ai nuovi raid americani, i Guardiani della Rivoluzione iraniani (Pasdaran) non sono rimasti a guardare e hanno attaccato diverse basi militari statunitensi in Kuwait, Bahrein e Giordania.
Secondo quanto sostenuto dagli stessi Pasdaran, nella controffensiva sarebbero stati distrutti sistemi di difesa aerea, radar, infrastrutture per elicotteri, hangar e un centro di comando per droni.
In particolare, in Kuwait sarebbero state colpite le basi aeree di Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber, con la distruzione di serbatoi di carburante e di un sistema di difesa antiaerea Patriot nella prima struttura, oltre a un radar americano FPS nella seconda.
In Bahrein, invece, sarebbe stata colpita la base americana di Sheikh Isa, causando ingenti danni alle strutture per la manutenzione degli elicotteri, agli hangar destinati agli aerei per la guerra elettronica e a un centro di comando per droni statunitensi.
A complicare ulteriormente la situazione c’è anche la crisi scoppiata improvvisamente tra Arabia Saudita e Yemen, con le forze di Riad che hanno pesantemente bombardato l’aeroporto internazionale della capitale yemenita, Sana’a. Un raid che, secondo i ribelli Houthi, alleati dell’Iran e rimasti finora ai margini del conflitto, sarebbe “del tutto ingiustificato e non rimarrà senza risposta”.