Davanti agli scarsi risultati ottenuti dalla campagna militare contro l’Iran, Donald Trump cambia strategia e, per piegare il regime di Mojtaba Khamenei, si gioca la carta della guerra economica. L’amministrazione statunitense, infatti, ha imposto sanzioni a Teheran e anche a diverse aziende che cooperano con la Repubblica Islamica dell’Iran. Tra i soggetti colpiti, secondo quanto riporta Bloomberg, ci sono una decina di aziende con sede in Cina e a Hong Kong.
Una serie di sanzioni sulla cui efficacia, stando a quanto riporta il portale americano, non è chiaro quanto potrà essere incisiva, dato che le aziende finite nel mirino “sono private e con scarsa esposizione agli Stati Uniti”. Stando a quanto trapela, queste misure hanno preso di mira soprattutto una rete di appalti tecnologici incentrata sulla Sweet Ocean Industrial, con sede a Hong Kong, che, secondo il Dipartimento del Tesoro Usa, avrebbe agito “da intermediario nell’acquisizione di apparecchiature destinate all’Università di Tecnologia Malek Ashtar in Iran, un istituto di ricerca legato al settore della difesa”. Colpite anche tre persone, tutte residenti in Cina, che avrebbero coordinato le attività di appalto attraverso la rete, permettendo di far arrivare a Teheran prodotti di vario tipo, soprattutto ad alta tecnologia.
Davanti a queste mosse di Trump, la Cina di Xi Jinping ha protestato con veemenza, affermando l’intenzione di adottare “tutte le misure necessarie” per tutelare i propri interessi. Come dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, “abbiamo già dichiarato molte volte che ci opponiamo fermamente alle sanzioni unilaterali illegali”. Il portavoce ha inoltre duramente criticato le politiche di “guerra economica” e di “massima pressione” nei confronti del regime iraniano, sostenendo che “non contribuiscono alla soluzione dei problemi, ma rischiano di alimentarli ulteriormente”.