Dopo la debacle elettorale dei repubblicani, Donald Trump si toglie il cappello del “MAGA” per indossarne uno su cui campeggia la scritta “Veto”. Non si tratta di una battuta, ma dell’immagine pubblicata dal presidente sui social dopo la conquista del Congresso da parte dei democratici. Una foto che evoca l’intenzione di Trump di utilizzare il veto presidenziale per stoppare ogni iniziativa del Congresso a lui sgradita. Che le cose sarebbero andate così lo si era capito dai sondaggi in cui il gradimento del leader Usa si assestava tra il 33 e il 37%. Rilevazioni impietose che per il tycoon erano “false”, tanto che si diceva sicuro “di vincere”. Peccato per lui che la realtà sia andata oltre le più nefaste previsioni.
Per il Washington Post la sconfitta dei repubblicani è il crollo elettorale più grave per un partito presidenziale in carica dai tempi del Watergate del 1974. Al momento, alla Camera, rinnovata per intero, malgrado manchino ancora 59 seggi da assegnare, i dem ne hanno conquistati 237, i repubblicani 139. Non è andata meglio al Senato, dove si rinnovava circa un terzo dei seggi. Qui, quando restano da assegnare soltanto due seggi, l’area democratica ne conta 54, compresi due indipendenti, contro i 44 repubblicani.
Trump è “un’anatra zoppa”, ecco cosa significa
Con numeri simili, per il tycoon sarà complicato portare avanti la sua agenda politica. Questo perché ogni provvedimento che richiederà l’approvazione del Congresso sarà per lui un terreno minato: una dinamica che negli Usa viene definita “lame duck” (anatra zoppa). Nei restanti due anni di presidenza, difficilmente potrà portare a termine le riforme interne promesse, mentre si concentrerà su quelle attività che può portare avanti senza il via libera di Camera e Senato, ossia la politica estera e le operazioni militari.
È facile ipotizzare che, per mostrarsi forte agli occhi degli americani, aumenterà gli interventi sulle agenzie federali, in particolare quelle che gestiscono i flussi migratori; poi rispolvererà la guerra dei dazi e anche lo scontro con l’Ue e con la Nato. Ma appare ancor più probabile che riprenda l’iniziativa militare contro l’Iran. Non si può escludere neppure un blitz a Cuba, come possibile tentativo di distogliere l’attenzione dai guai interni del Paese. Tra questi c’è il nodo dei finanziamenti necessari per mandare avanti il governo, che Trump non è riuscito a ottenere neppure dal Congresso a maggioranza repubblicana e che difficilmente riuscirà a ottenere da quello controllato dai democratici.
La ricetta dei dem per battere l’estremismo del leader Usa
Si tratta di una sconfitta che non è arrivata per caso, ma per una somma di fattori. Da un lato, il fallimento delle promesse di far terminare la guerra in Ucraina e quella in Iran; dall’altro, le sue posizioni estremiste, che gli si sono rivoltate contro. Di sicuro non si può credere che il problema, come ha detto Trump, risieda nel fatto che “se il mio nome fosse stato sulla scheda elettorale avremmo vinto in modo schiacciante”.
La sensazione è che il danno ai repubblicani l’abbia causato proprio la sua ingombrante figura che, con le sue posizioni muscolari, ha scatenato una reazione uguale e contraria da parte dell’ala più a sinistra dei dem. Particolarmente emblematici sono il trionfo di James Talarico in Texas, dove l’ultimo senatore democratico eletto fu Lloyd Bentsen nel 1988, e quello di Abdul El-Sayed in Michigan. Il primo ha portato avanti una campagna fondata su temi economici, come salari e sanità, a favore dei più deboli, denunciando il fatto che “l’unica minoranza che sta distruggendo l’America sono i miliardari”. Il secondo si è fatto portavoce delle minoranze etniche e della necessità di migliorare il welfare affinché aiuti le grandi sacche di povertà che stritolano gli Usa. Istanze che dimostrano come gli americani abbiano rigettato le politiche divisive di Trump.