Un buco nero all’Istituto per l’Africa

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di Antonio Rossi

Prima viene messo in piedi l’ennesimo ente pubblico, riempito di dipendenti, coperto di spese, con tanto di sedi sia in Italia che all’estero, tenendo i privati lontani da possibili finanziamenti. Poi, tra un’acrobazia e l’altra, viene portato a morte, riassorbendo però tutto il personale in un Ministero. Alla luce dell’analisi compiuta dalla Corte dei Conti sull’ultima fase dell’Isiao, l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, emerge l’ennesimo sperpero di denaro. Se l’ente era inutile c’è infatti da chiedersi perché nel 1995 è stato istituito, facendogli raccogliere l’eredità di altri due storici istituti, e perché per sedici anni lo Stato vi ha buttato soldi. Mentre se, fosse anche soltanto sul piano culturale, quell’ente aveva un suo valore, occorrerebbe capire perché è stato distrutto dopo una lunga agonia. Ora non ci sono più i fondi, inghiottiti dall’Isiao, e non c’è più traccia dell’istituto. Sono rimasti solo i dipendenti, lasciati qualche mese in affanno e senza stipendio, per poi finire ad affollare le stanze del Ministero degli affari esteri.

L’allarme bilanci
Quattro anni fa la sorte dell’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente è apparsa segnata. Il Ministero dell’economia e finanze ha inviato all’Isiao gli ispettori e il Ministero vigilante, quello degli esteri, non ha approvato il bilancio. Stessa scelta nel 2011. Troppi debiti. L’Istituto era stato fondato dopo la soppressione dell’Ismeo, l’Istituto italiano per il medio ed estremo oriente, e dell’Iia, l’Istituto italo-africano, con un secolo di storia alle spalle. Il nuovo ente doveva occuparsi di sviluppare i rapporti culturali, scientifici, la ricerca e la cooperazione fra l’Italia e i Paesi africani e asiatici, svolgendo anche programmi di studio e ricerca. Cultura più che economia. Tutto sotto la guida di Gherardo Gnoli, illustre orientalista e storico delle religioni, socio dell’Accademia dei Lincei, di Francia, Russia e Ungheria, scomparso a marzo 2012. Numerose le mostre e i convegni organizzati. Tante le campagne di scavo. Forte, ad esempio, l’impegno sul patrimonio culturale del Kurdistan iracheno. Ma lo Stato sembra non sia stato interessato né a fare affari con l’Africa e l’Asia né a mantenere una prestigiosa istituzione culturale. Ha buttato soldi e basta. Nel 2010, come ha ora certificato la Corte dei Conti nella relazione trasmessa alle Camere, i contributi sono diminuiti del 44%, passando da 2,5 a 1,4 milioni. Il disavanzo di amministrazione ha superato i 3 milioni e i 3,3 milioni nel 2011. Il disavanzo finanziario, tre anni fa, ha toccato quota 626 mila euro. Lo scoperto è arrivato a due milioni.

Strano crac
“Tale grave situazione di dissesto economico-finanziario – hanno sottolineato i giudici contabili – ha determinato l’insostenibilità e l’incapacità di assolvere alle funzioni dell’Istituto”. L’11 novembre 2011, dunque cinque giorni prima che a Palazzo Chigi si insediasse Mario Monti e alla Farnesina il ministro Giulio Terzi di Sant’Agata, il ministro degli esteri, Franco Frattini, con decreto ha posto l’Isiao in liquidazione coatta amministrativa, nominando come commmissario liquidatore l’ambasciatore Antonio Armellini e specificando che era l’unica cosa da fare visto che l’Istituto non aveva ottemperato alle “ripetute richieste” di adottare un piano efficace di rientro. Dalla relazione della Corte dei Conti emerge però ora che quel piano c’era, ma è diventato carta straccia a causa dei ritardi nei finanziamenti statali, concessi quando ormai non servivano più e le banche avevano tolto il fido. Un suicidio assistito. Divenuto definitivo il 12 aprile 2012 con la richiesta fatta al Tribunale di Roma di dichiarare lo stato di insolvenza e il 25 maggio successivo con il trasferimento del personale e delle funzioni dell’Isiao alla Farnesina. Tutto dopo aver bruciato per anni milioni, aperto sedi a Roma, Milano, Ravenna e Fano, oltre che in Cina e Giappone. Stranezze milionarie tutte italiane.

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di Gaetano Pedullà

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