Un esercito di 400 dirigenti ci costa 39 milioni

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di Carmine Gazzanni

Non basta lo stipendio base. Nella maggior parte dei casi bisogna aggiungere la cosiddetta “retribuzione di posizione” (che varia, appunto, a seconda dell’incarico ricoperto), un emolumento accessorio e, come se non bastasse, anche la “retribuzione di risultato”. Ed ecco allora che un dirigente apicale della Presidenza del Consiglio può arrivare a prendere anche 218 mila euro. Nulla, però, in confronto agli oltre 300 mila euro del numero uno della Protezione Civile Franco Gabrielli, in assoluto il più pagato di tutta la struttura di Palazzo Chigi. A conti fatti, dunque, è proprio quella della Presidenza del Consiglio una delle più forti e resistenti “caste” italiane, tanto che forse Carlo Cottarelli, il supercommissario per la spending review, dovrebbe cominciare col fare i conti in casa. La Notizia ha visionato le varie retribuzioni tra dirigenti, equiparati con incarico dirigenziali, collaboratori di primo ministro, viceministro, sottosegretari e ministri senza portafoglio. La cifra a cui si arriva è a dir poco consistente: ben 39 milioni 769 mila euro per un totale di 397 tra dirigenti e collaboratori.

La lunga lista dei dirigenti
Soltanto i 33 dirigenti apicali costano alle casse pubbliche quasi 6,5 milioni di euro. Lo stipendio più alto, come detto, spetta a Franco Gabrielli. Ma certamente gli altri non possono essere invidiosi. Per tutti, infatti, la retribuzione base ammonta a circa 55 mila euro a cui si aggiunge una retribuzione di posizione di 36 mila euro, anche questa uguale per tutti (essendo i 33 dirigenti di “fascia I”). Siamo così a quota 91 mila euro. Ma non finisce qui: la retribuzione di posizione, infatti, oltre ad una quota fissa, prevede anche una parte variabile. Un emolumento accessorio che va dai 176 mila euro di Gabrielli ai 95 di Paola D’Avena (capo dipartimento per le politiche di gestione, promozione e sviluppo delle risorse umane e strumentali), fino ai 47 mila euro di Roberto Garofoli, segretario generale della Presidenza. Ma non basta. Già, perché a fine anno, se si è lavorato bene, tutti i 33 dirigenti hanno diritto anche ad un premio di produzione che va da 31 mila euro fino a 29. Risultato: per tutti una retribuzione annua che supera i 200 mila euro.

Gli equiparati
Accanto ai 33 apicali, però, spunta una seconda lista di “dirigenti o equiparati con incarico dirigenziale”: ben 255 dipendenti per un costo complessivo che si aggira intorno ai 26,5 milioni di euro. Anche in questo caso le voci che compongono le retribuzioni sono le stesse: uno stipendio base (che va dai 55 mila euro per i 72 dirigenti di prima fascia, ai 43 e rotti per i 183 di seconda) a cui si aggiunge la retribuzione di posizione (fissa e variabile). Quella di risultato, invece, è prevista solo per gli incarichi di prima fascia. Facciamo qualche rapido conto. Coloro appartenenti alla prima fascia portano a casa tutti uno stipendio base da 55 mila euro più 36 mila euro di retribuzione di posizione fissa. Cambia, invece, la quota variabile che va dagli 81 mila euro di Donato Attubato (Presidente del collegio dei revisori della Digit.Pa) ai 46 mila di Luca Einaudi (nello staff del Dipartimento programmazione e coordinamento politica economica). Per quanto riguarda invece la retribuzione di risultato sono previsti per tutti circa 26 mila euro. Risultato: Attubato porta a casa poco meno di 200 mila euro, Einaudi 163 mila. Tutti gli altri si muovono in quest’arco.


Nello staff del premier tutti gli amici di VeDrò

Un vero e proprio staff di fedelissimi quello messo in piedi da Enrico Letta. Tra collaboratori e ufficio stampa sono tanti i nomi di persone legate a doppio filo al premier. Tanti coloro che, ad esempio, ricoprono ruoli apicali nelle due grandi associazioni di cui Letta stesso è fondatore e anima come VeDrò e TrecentoSessanta. Uno staff, quello di Letta, che costa alle casse pubbliche 720 mila euro che, sommati al suo ufficio stampa (il cui monte di retribuzioni è di 630 mila euro), porta la spesa totale a 1,350 milioni di euro. E la situazione non cambia spostandoci al vicepremier Alfano o ai ministri senza portafoglio: tutti hanno deciso di circondarsi di sodali, amici di partito e di fondazioni.

L’ufficio stampa
Pochi conoscono Monica Nardi ma l’attuale portavoce del governo e responsabile della comunicazione del presidente è legata a Enrico Letta sin dall’inizio della sua carriera politica. Non è un caso, d’altronde, che la Nardi (stipendio da 120 mila euro) sia responsabile media relations di VeDrò, l’ormai famoso (e defunto) think-thank di Enrico Letta, e direttore di TrecentoSessanta che, come si legge direttamente dal sito, è un’associazione che “nasce nell’estate 2007 da un’intuizione di Enrico Letta per mettere a frutto e dare continuità alla straordinaria esperienza di mobilitazione delle prime primarie del Pd”. La Nardi, però, non è l’unica. Sempre nell’ufficio stampa troviamo, in qualità di “responsabile per gli eventi e per il coordinamento del monitoraggio delle agenzie e assistente per il coordinamento della rassegna stampa”, Alessandra Calise che, a sua volta, è anche nel direttivo di TrecentoSessanta. Fedelissimo di Enrico Letta è anche il capo ufficio stampa, Gianmarco Trevisi (poco meno di 140 mila euro), giornalista in aspettativa da RadioRai che in passato ha curato anche la campagna elettorale dell’attuale premier per le Europee 2004 e per le primarie del 2007. E Raffaella Casciola: alle spalle un passato in “Europa”, non a caso il giornale di partito.

I collaboratori
Le cose, ci mancherebbero, non cambiano spostandoci sui collaboratori. A cominciare da Roberto Cerreto, consigliere del presidente e dalemiano doc, molto vicino all’associazione Italianieuropei, diretta proprio da Massimo D’Alema. Il resto dello staff conta collaboratori di lungo corso, come Debora Fileccia, non a caso capo segreteria (e stipendio da 185 mila euro) e storica assistente di Letta sin dal ’96: con lui ha vissuto tutte le esperienze politiche, dalla Dc al Ppi, dalla Margherita fino al Pd. Storici assistenti sono anche Massimiliano Cesare, legato a Letta dal 2007 e anche lui molto vicino a VeDrò, e Fabrizio Pagani il cui passato istituzionale narra di un forte legame col premier sin dal ’99.

Alfano e i doppi staff
Anche il vicepremier Alfano, in perfetta logica bipartisan, non è stato da meno. Il capo della segreteria particolare (stipendio da 185 mila euro) è Giovannantonio Macchiarola, suo storico assistente e oggi uomo di punta del Pdl siciliano: non a caso fino a poco prima di trasferirsi nell’ufficio di Alfano era assessore provinciale a Palermo, mentre il padre è tutt’oggi responsabile Formazione e Cultura nel partito. E ancora: nello staff troviamo Danila Subranni, da sempre portavoce di Alfano anche nei suoi incarichi istituzionali precedenti, e Savatore Mazzamuto, giurista e docente palermitano, col vicepremier sin dai tempi del ministero della Giustizia. I collaboratori di Alfano, però, non finiscono qui. In virtù della sua doppia veste di vicepremier e ministro dell’Interno, raddoppiano anche i collaboratori. E anche qui parliamo di fedelissimi dato che ha imbarcato, tra gli altri, due membri del Pdl agrigentino (al tempo lo stesso partito di Alfano): l’ex sindaco Aldo Piazza e l’ex assessore comunale Davide Tedesco. Stiamo parlando di due staff che, contando solo gli stretti collaboratori (in totale 15), arrivano a costare oltre un milione di euro.

Gli amici degli amici
Saranno pur senza portafoglio, ma di amicizie ne hanno. E anche molto strette. Graziano Delrio, per dirne una, dopo l’esperienza da sindaco di Reggio Emilia, ha portato con sé a Roma tre dei suoi assistenti più fidati, Luisa Gabbi (che da sempre cura l’ufficio stampa), Maurizio Battini (ex capo di gabinetto al comune) e Mauro Bonaretti (ex direttore generale). Non sono da meno gli altri. Tra amici di fondazione e amici di partito, i vari ministri hanno saputo affidare incarichi a persone fidate. Dario Franceschini, ad esempio, ha affidato la sua segreteria (63 mila euro annui) a Mattia Morandi, uomo dell’ala cattolica del Pd e autore del libro “I cattolici democratici e il nuovo partito. Da Chianciano al manifesto del Pd” su cui hanno riportato loro interventi, tra gli altri, lo stesso Franceschini e altri dello zoccolo duro dei cattolici come lo stesso Letta, Franco Marini e Rosi Bindi. Altro uomo democratico è Giampaolo D’Andrea, consigliere per le attività governative di Franceschini e nel Pd sin dalla sua fondazione, oltreché dalemiano di ferro (anche lui vicino a Italianieuropei).
C.G.