Da domani e fino a mercoledì Ginevra, in Svizzera, tornerà a essere il cuore pulsante della diplomazia mondiale. Sulle rive del lago Lemàno, appena fuori la capitale elvetica, Ucraina, Russia e Stati Uniti tornano a sedersi allo stesso tavolo per cercare un’accordo capace di mettere fine a quattro anni di logoramente guerra.
Insomma sulla carta non è un vertice qualsiasi, ma uno di quelli che, dopo tanto tempo, dovrebbe portare a soluzioni concrete o quantomeno avvicinare le parti. Peccato che queste speranze sembrano già state tradite, con il summit che scricchiola ancora prima di iniziare.
Dall’Ucraina all’Iran, Ginevra è il crocevia dei dossier più importanti
Proprio in queste ore, la delegazione ucraina è partita in direzione Svizzera. Kyrylo Budanov lo ha scritto nero su bianco, con una foto e una frase che pesa: “discutere le lezioni della storia, trarne le giuste conclusioni”. Parole misurate, e per certi versi critiptiche che sembrano preludere a un vertice “complicato”. Ad accompagnare il potente diplomatico ci sono anche diversi volti noti dell’apparato presidenziale di Volodymyr Zelensky e dell’intelligence militare ucraina.
Mosca dal canto suo non resta a guardare e risponde con una delegazione di livello. Il Cremlino ha già messo sul tavolo il nome del capo delegazione: Vladimir Medinsky. Intanto Washington osserva, media e spinge affinché questo ennesimo vertice di pace porti a qualcosa. E per riuscirci, la Casa Bianca ha già inviato in loco gli emissari di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, dove, tra le altre cose, saranno coinvolti anche in un successivo vertice, sempre a Ginevra, ma con al centro il dossier Iran.
Mosca alza il volume: “Kiev è terrorismo neonazista”
Ma al di là delle speranze in un esito positivo del vertice tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, la realtà dei fatti parla di un probabile flop diplomatico. A lasciarlo intendere è Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, che sceglie la linea dura sostenendo che Kiev non è più solo un avversario politico o militare ma “è una cellula terroristica internazionale con tendenze neonaziste”. Un’accusa che non cerca sfumature e che di certo non aiuta a creare un clima collaborativo, di fatto mettendo a nudo le reali intenzioni del Cremlino.
Zakharova per giustificare le sue accuse parla di attacchi contro civili, soccorritori e medici, portati avanti dall’esercito di Kiev, omettendo completamente il fatto che, però, questa stessa strategia è quella portata avanti dall’esercito di Vladimir Putin.
Insomma questa è una narrazione già vista da parte della Russia, ma rilanciata con rabbia nuova. O forse con la consapevolezza che a Ginevra ogni frase è un messaggio cifrato.
Zelensky ribalta il tavolo: “Il compromesso esiste già”
Ma Kiev non incassa in silenzio, anzi. Volodymyr Zelensky risponde dal quotidiano Politico, e lo fa con una frase che brucia: “il più grande compromesso con la Russia è già stato fatto. Vladimir Putin non è in prigione”.
Sostanzialmente secondo il presidente ucraino, il mondo ha concesso fin troppo allo zar e per questo si auspica che l’occidente – e in particolare Washington – cessi di essere accondiscendente con Putin. Del resto Trump continua a parlare di compromessi da trovare, salvo poi mostrare i muscoli solo con Kiev, quando, come fa notare Zelensky, l’Ucraina ha già accettato un cessate il fuoco incondizionato mentre Mosca no. E continuerà a dire no, oggi per un motivo, domani per un altro. Un modus operandi che, secondo il leader di Kiev, continuerà finché il mondo non inizierà davvero a spingere per la pace, offrendo garanzie di sicurezza adeguate e mettendo fine alle mire espansionistiche di Putin.