Visti promessi agli studenti palestinesi, gli impegni mancati del governo italiano

Trentotto studenti palestinesi vincitori di borse di studio italiane restano intrappolati nella Striscia di Gaza

Visti promessi agli studenti palestinesi, gli impegni mancati del governo italiano

Trentotto studenti palestinesi vincitori di borse di studio italiane restano intrappolati nella Striscia di Gaza. Hanno superato selezioni, ottenuto preiscrizioni su Universitaly, ricevuto lettere di accettazione dagli atenei. Attendono un visto che tarda. Il governo italiano aveva annunciato corridoi universitari, impegno diplomatico e tutela del diritto allo studio. Oggi restano telefonate che nessuno fa.

Vite da studenti palestinesi

Mohammed Al-Ashi, portavoce del gruppo, ha raccontato a Fanpage che ai ragazzi viene chiesto di «restare vicini al telefono» in vista di una partenza imminente. L’attesa dura da mesi. Nel frattempo Gaza è senza università: secondo i dati raccolti nel dossier che ricostruisce la crisi dei visti, il 100% degli atenei della Striscia risulta distrutto e oltre 625 mila studenti hanno perso l’anno accademico 2023-2024. A rendere tutto più brutale c’è la logistica: Erez e Rafah restano chiusi, chi riesce a spostarsi verso Il Cairo o Amman spesso resta senza status legale utile per completare pratiche consolari.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha più volte rivendicato l’arrivo di studenti palestinesi con voli speciali dalla Giordania. I numeri ufficiali parlano di 49 ingressi attraverso i corridoi universitari. Restano centinaia di pratiche sospese, comprese quelle dei 38 bloccati a Gaza. Fa rumore anche il silenzio della sede consolare competente per graduatorie e borse Iupals: chi aspetta resta appeso a una reperibilità trasformata in procedura.

Tra promesse e i fatti

Nel maggio 2025 la ministra dell’Università Anna Maria Bernini definiva gli atenei italiani «semi di pace». A ottobre 2025 una nota ministeriale confermava la prosecuzione dei corridoi. Nello stesso periodo, secondo il progetto Iupals coordinato dalla Crui, venivano messe a bando 97 borse distribuite in 35 università, con appena 12 destinate specificamente a Gaza.

Le università hanno fatto la loro parte. Siena, Milano-Bicocca, Palermo hanno deliberato proroghe e iscrizioni con riserva. L’Asgi ha richiamato il Dpr 394/1999: se il ritardo dipende dal mancato rilascio del visto per cause imputabili agli uffici, l’ateneo può perfezionare l’iscrizione fino al 30 giugno. Alcuni rettori hanno applicato questa interpretazione ma i consolati restano fermi. Nel frattempo vari atenei si trovano a coprire costi di vitto e alloggio cercando fondazioni bancarie e donatori, perché la catena istituzionale si interrompe sempre allo stesso punto: il visto.

Il Tar è intervenuto più volte tra giugno e ottobre 2025 ordinando il rilascio dei visti in casi di diniego privo di motivazioni individualizzate. Le tre studentesse ammesse a Siena sono arrivate dopo una pronuncia favorevole. In altri casi l’amministrazione ha insistito sulla presenza fisica a Gerusalemme anche davanti a decisioni giudiziarie e ostacoli materiali. È emblematico il caso di Heba Alnajjar, ammessa a un master in Piemonte, respinta di nuovo dopo una procedura online e richieste impossibili da soddisfare.

Il diritto trasformato in concessione

Il governo ha spiegato in Parlamento che le evacuazioni dipendono dal nulla osta israeliano ed egiziano. Resta però un altro fatto: l’Italia decide come trattare le pratiche di visto, come interpretare il rischio migratorio, come applicare procedure d’urgenza. Le organizzazioni Yalla Study e Asgi hanno proposto colloqui a distanza, raccolta posticipata dei dati biometrici, accettazione di garanzie economiche fornite da enti terzi, visti di emergenza educativa.

Ora quelle soluzioni attendono una direttiva politica. Ogni giorno che passa, le borse rischiano di scadere, le preiscrizioni di decadere, le graduatorie di svuotarsi. Le università italiane competono nel mondo per attrarre talenti. In questo caso i talenti li hanno selezionati loro.

Resta un elenco di nomi in attesa. Resta una promessa pubblica. E mentre si celebrano i corridoi nei comunicati si lasciano trentotto studenti a Gaza a controllare il telefono.