Dopo i risultati delle elezioni, Zingaretti sfida le correnti del Pd. Tanti i conti aperti da regolare

di Raffaella Malito
Politica

Sembra difficile credere che ora nel Pd tutti vadano d’amore e d’accordo e che i veleni che lo hanno attraversato prima del voto siano stati definitivamente neutralizzati. Più corretto è forse parlare di tregua armata. Non c’è dubbio che molti avevano scommesso sulla sconfitta alle regionali di Nicola Zingaretti. E la minoranza (Gori, Nardella, Marcucci) che sostiene l’approdo al Nazareno di Stefano Bonaccini era pronta, in caso fossero crollati i bastioni di Puglia e Toscana, a inoltrare la richiesta di un congresso anticipato. Ma ora tutto questo è derubricato a chiacchiericcio.

Zingaretti ha vinto e le velleità delle fronde interne sono state momentaneamente azzerate se non per volontà almeno per forze di causa maggiore. Ma sotto sotto i mugugni rimangono e al momento opportuno i critici della gestione zingarettiana si faranno risentire. Tra quanti mal sopportano la pista dell’alleanza giallorossa e quanti nutrono ambizioni personali. Matteo Orfini ha ribadito “che non bisogna affidarsi solo alla politica delle alleanze e a scorciatoie innaturali” e ha ribadito la bontà di aver votato no nel referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. Tutte posizioni che collidono con quelle sostenute dal segretario che si è schierato per il sì alla sforbiciata di deputati e senatori e ha commentato amaro: “Se si fosse replicata a livello locale l’alleanza nazionale si sarebbe vinto in quasi tutte le regioni”.

Ma c’è un altro dato che ha avvelenato la vigilia del voto. Ed è stato il tema del rimpasto (leggi articolo in basso). Il vicesegretario del Pd Andrea Orlando lo ha evocato parlando di tagliando necessario per la sfida del Recovery fund a cui è atteso il governo. E nei dem si sono immediatamente scatenati gli appetiti personali di chi ambisce a conquistare un dicastero. Mentre, nell’eventualità di un ingresso nell’esecutivo da parte di Zingaretti, si cominciavano a fare progetti per il Nazareno. Qualora un incarico di governo avesse, appunto, costretto Zingaretti a lasciare la Regione Lazio e forse anche la segreteria Pd. Scenari che oggi sembrano lunari.

Al momento il leader dem non ha intenzione di mollare nessuno dei suoi incarichi attuali per un’avventura nell’esecutivo. Ad ogni modo, l’uscita di Orlando è stata considerata quanto meno fuori luogo nel momento in cui il segretario era impegnato pancia a terra nella campagna elettorale. Invece a difendere l’attuale formazione governativa è stato Dario Franceschini, interessato a conservare il suo ruolo di capodelegazione. Ora Zingaretti ha vinto e questo è un dato contro cui i suoi nemici sono stati costretti a sbattere il muso. Ieri a Firenze per la festa per l’elezione di Eugenio Giani c’è stato, addirittura, un abbraccio tra Zingaretti e Renzi.

“Tutto quello che ho fatto in questi 12 mesi è stato ricostruire le condizioni dell’unità, l’opposto delle cattiverie, che si erano dette e che si sono sciolte come neve al sole, di una nostra subalternità a qualcuno”, ha detto il segretario del Pd. E ha ribadito: “Non si può governare insieme da avversari, bisogna farlo da alleati, ognuno con le proprie idee e valori ma con la capacità di dirci le cose con molta schiettezza”. E questo significa che Zingaretti non mollerà sul Mes, i decreti sicurezza, la legge elettorale. Anche per tenere a bada quanti nel gruppo dirigente gli avevano mosso quelle accuse di subalternità. Ma nello stesso tempo sarà rispettoso del travaglio interno al M5S. “Giani, De Luca ed Emiliano hanno vinto nettamente anche per un voto disgiunto che è stato possibile grazie a un profilo unitario del Pd non respingente”, dice Goffredo Bettini. Un profilo di cui Zingaretti, oggi, è volto e sostanza.