Il voto degli italiani, evidentemente, non vale poi così tanto. E a dimostrarlo è il tentativo del governo di riportare il nucleare nel nostro Paese. Ignorando, di fatto, due referendum. Con il rischio di dover tornare alle urne proprio per decidere se il piano del governo – che procede spedito con l’approvazione alla Camera della legge delega – possa andare avanti. Gli italiani, a dire il vero, si sono già espressi: una prima volta nel 1987, dopo la tragedia di Chernobyl, bocciando una serie di norme e portando al progressivo abbandono del programma nucleare.
Poi, di nuovo, nel 2011, dopo Fukushima, con un chiaro messaggio al governo Berlusconi: quasi 26 milioni di italiani (oltre il 55% degli elettori) votò a favore dell’abrogazione delle norme che portavano a un ritorno del nucleare in Italia. Apparentemente una pietra tombale sul nucleare, ma forse no. D’altronde non è una novità assoluta la decisione di ignorare l’esito di un voto referendario. I precedenti non mancano.
Non solo il nucleare: tutti i referendum ignorati dall’acqua pubblica ai finanziamenti pubblici ai partiti
Partiamo dall’ultimo, il referendum sull’acqua pubblica. Quasi 27 milioni di italiani hanno chiesto l’abrogazione della legge che garantiva la remunerazione del capitale, investito dalle società che gestiscono l’acqua, ai privati. Insomma, un divieto di fare profitti sull’acqua e l’incentivo a tornare a un sistema in mano al pubblico. Eppure le tariffe sono continuate ad aumentare e la gestione è rimasta sostanzialmente uguale sul fronte della privatizzazione. È stata sì abolita “l’adeguata remunerazione del capitale investito”, ma è stata riformulata permettendo di arrivare allo stesso risultato.
Nel 2019 Altreconomia sottolineava come a otto anni dal referendum le tariffe fossero aumentate del 90% a fronte di un’inflazione del 15%. E i bilanci delle grandi società mostravano investimenti sempre meno impattanti sul margine operativo lordo, con un aumento dei dividendi per gli azionisti. Tanto che nel 2025 è stato anche presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro i governi italiani per non aver dato seguito a quel voto. Più complesso il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: approvato nel 1987, applicato dalla legge Vassalli ma secondo i promotori in maniera limitata rispetto a quanto richiesto dal voto.
Arriviamo allora ai referendum del 1993, a partire da quello sulla legge elettorale. Gli italiani votarono a favore dell’abrogazione di una parte della legge per il Senato, comportando un passaggio al sistema maggioritario e cancellando il proporzionale che fino a quel momento era dominante. Nacque così un nuovo sistema elettorale, non basato solo sui collegi uninominali come atteso, ma comunque con una quota al 75% di maggioritario e al 25% proporzionale. Il cosiddetto Mattarellum rispettava in parte le indicazioni del referendum, ma sicuramente molto più del Rosatellum: entrato in vigore nel 2017, prevede una quota al 64% proporzionale e al 36% maggioritaria. Altro che addio al proporzionale.
Sempre nel 1993, dopo Mani Pulite, gli italiani hanno votato a favore dell’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti. Un referendum disatteso subito: solo pochi mesi dopo, nello stesso anno, il finanziamento è stato rimpiazzato dai rimborsi elettorali, poi cresciuti negli anni fino al 1999. Un voto tradito in pieno fino al 2012, quando il governo Monti ha iniziato a ridurre i rimborsi, per poi arrivare alla loro formale cancellazione nel 2014 con il governo Letta: rimasto il pagamento dei rimborsi delle precedenti elezioni, si è arrivati a una progressiva riduzione fino al 2016. E si è poi passati all’entrata in vigore del 2 per mille e del sistema di donazioni private con detrazioni fiscali. Oggi, comunque, resistono alcune forme di finanziamento indiretto come i contributi ai gruppi parlamentari.
Infine, l’ultimo referendum ignorato è sempre del 1993: gli italiani chiesero di abrogare il ministero dell’Agricoltura con oltre 24 milioni di voti, chiedendo di trasferire le competenze agli enti locali. Un voto aggirato cambiando il nome del ministero e riordinando le competenze. Ma il ministero, anche se con un altro nome, esiste ancora oggi.