Totti confidential. Il Pupone dalla A alla Z. L’ancora rimpianto capitano della Roma sognava di fare il benzinaio. In uscita l’autobiografia

dalla Redazione
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“Ancora non mi annoio. Le giornate sono quasi come quelle da calciatore. Mi sveglio, porto i figli a scuola, poi vado a Trigoria, sto col mister, la squadra, seguo tutti gli allenamenti. Dopo pranzo torno e mi dedico ai ragazzi”. A parlare, in un’intervista al ‘Venerdì’ di ‘La Repubblica’, è Francesco Totti, l’ex capitano della Roma, quasi 42enne, passato dietro a una scrivania dopo una carriera da sogno, e tutto con la maglia della sua città. “Perché non hai chiuso giocando in Asia o America? Perché avrei rovinato 25 anni di carriera – spiega orgoglioso il campione del mondo – Ho sempre detto che avrei indossato un’unica maglia, sono uno di parola. Il Milan era pronto a versare 300 milioni per me quando avevo 12 anni? In quel caso il no fu della mia famiglia, soprattutto di mia madre. È vecchia maniera: apprensiva, possessiva. Papà lavorava fino a tardi. Era sempre lei a starmi dietro. Mi voleva tutto per sé”. Tante le perle della sua lunga carriera ma anche qualche macchia, come il calcione rifilato a Balotelli: “Arrivò dopo un crescendo. Erano anni che provocava, insultava me e i romani. Un continuo, poi la cosa è esplosa. Fu un fallo orrendo, proprio per fargli male. Ma dopo, stranamente, i giocatori dell’Inter non mi assalirono. Mentre uscivo dal campo per l’espulsione Maicon mi diede addirittura il cinque. La sensazione era che anche tra i suoi compagni Balotelli creasse qualche irritazione”. C’è chi  dice che era sempre pronto a sbarrare la strada all’acquisto di campioni che potessero, in qualche modo, fargli ombra: “Discorsi da bar. Se i campioni non arrivavano era per limiti di budget, mica per scelta mia. Ho sempre voluto vincere e non veder vincere”. Un’altra vuole che la notte del 3-0 al Barcellona non ha esultato perché rosicava di non essere più in campo: “Qualsiasi cosa faccia c’è sempre qualche critica. Io so cosa provo e non ho niente da dimostrare. E’ vero, al primo gol non ho esultato, ma perché non avevamo ancora portato a casa la partita. Al secondo mi sono alzato in piedi ed al terzo ho preso in braccio mio figlio Cristian. Quelli che criticano non mi hanno visto?”. Con Capello, con cui ha vinto lo scudetto, ci sono stati alti e bassi: “Quando parli con Capello hai sempre torto. Sa tanto, ma l’ultima parola deve essere sempre la sua. Se passa un piccione e lui dice che è un gabbiano, ti dimostrerà che è un gabbiano. E’ cocciuto, perfezionista. Un maniaco”. Ricordato che da bambino incollava al contrario le figurine dei calciatori della Lazio e che tutte le tifoserie, compresa quella biancoceleste, ora lo rispettano, Totti torna a parlare di uno dei grandi fautori del suo abbandono, Luciano Spalletti: “E’ quello che ha spinto di più. Con la società erano una cosa sola”. Ora il suo lavoro è di mediare tra il tecnico, l’ex compagno di squadra Di Francesco, e il gruppo: “I giocatori sono bestie, sono bastardi, ma mi portano rispetto. Io ero come loro, li conosco  bene, conosco il loro linguaggio segreto fatto d’occhiate, mezze parole. Cerco di rendermi utile. Nello spogliatoio ora si parla quasi solo inglese. Se non lo sai non capisci niente. E si fa meno gruppo. In ritiro, rientrato dal campo, ognuno si isola in camera sua col telefonino – conclude Totti – a navigare o mandare messaggi”.