Un Parlamento di nominati da Renzi, Di Maio e Berlusconi. Partiti a immagine dei leader, ma così rischiano di scomparire

di Giorgio Velardi
Politica

Non è la prima volta e, c’è da giurarci, non sarà l’ultima. Anzi. Ma certo, si tratta di una magra consolazione. A scorrere le liste dei candidati alle elezioni del prossimo 4 marzo – dal Pd a Forza Italia, dal M5s a LeU – non è difficile notare come, a questo giro, la fedeltà assoluta a leader e capibastone abbia preso il sopravvento su qualsiasi altra cosa. Sulla competenza, tanto per dirne una, particolare certamente non irrilevante per chi ambisce ad amministrare la cosa pubblica. Le cosiddette élite sono sparite dai radar, sostituite dalla deriva di quello che, in gergo, si chiama partito personale. Riunioni e direzioni fiume, di giorno e di notte, dalle quali i nomi sono entrati e usciti dagli elenchi manco fossimo al mercato. “Uno spettacolo che certamente non avvicina gli elettori ai partiti”, ragiona Mauro Calise, docente di Scienza Politica all’Università di Napoli Federico II e autore del più noto saggio sul tema, Il partito personale appunto, uscito nel 2000. Un’era geologica fa, per la politica. Il problema però è più grande, a sentire il politologo. “Oggi – dice Calise – i candidati della cosiddetta società civile, pochi per la verità nelle liste dei partiti, non hanno quella forte capacità di richiamo che c’era in certi circuiti in altre epoche. Dall’altra parte, però, è tutto da verificare il seguito sui territori che avranno i candidati scelti col criterio della fedeltà al capo”. Insomma, uno scenario decisamente a tinte fosche.

Nessuno escluso – Che potrebbe però avere un effetto: quello di garantire una maggiore stabilità in un quanto mai probabile Governo di larghe intese tra Pd e Forza Italia. Partiti che i rispettivi leader, Matteo Renzi da una parte e Silvio Berlusconi dall’altra, hanno farcito di yes men. Il segretario dem ha falcidiato le minoranza interna di Andrea Orlando e Michele Emiliano, garantendo loro meno posti di quanto pattuito: 16% invece del 20 al Guardasigilli, 6% e non il 10 al governatore della Puglia. Stesso discorso per il Cav, riuscito a piazzare persino l’ex Ad del Milan, Adriano Galliani (candidato al Senato), facendo tabula rasa degli ex An che albergavano ancora in FI. Un discorso, quello della personalizzazione, dal quale però non si salvano nemmeno i pentastellati, “le cui zone d’ombra – spiega Calise – sono note, a fronte però di un elettorato che si è rivelato molto stabile e sensibile, quasi da partito vecchio stampo. L’uscita di Grillo, oggi a bordo campo, avrà quasi sicuramente una sua valenza, a meno che il fondatore non torni a sorpresa con un nuovo coup de théâtre”, sottolinea il politologo.

Le incognite – Il rovescio della medaglia è però quella che Calise definisce la “salute psico-politica” dei leader. E cioè: cosa accadrebbe se le loro strategie fossero “a perdere”? Come ne uscirebbero Renzi e Matteo Salvini? E Berlusconi, che si presenta con un partito che negli ultimi 5 anni ha lasciato sul campo l’8/10% dei voti? Anche perché “prima avevamo un partito personale più grande, Forza Italia, più una serie di entità minori, pensiamo per esempio all’Idv di Di Pietro o all’Udeur di Mastella – ricorda il docente –. Oggi invece sono di media grandezza, come la Lega più ‘salvinizzata’ di quanto non fosse ‘bossizzata’, o lo stesso Pd, col segretario che ha imparato la lezione chiudendo all’idea di un partito plurale. Senza contare l’incognita del M5s”. Un “discreto disastro”, chiosa senza mezzi termini Calise, anche perché oltre al fatto che “in Italia non si ha il polso per gestire certi processi come quello che in Francia ha portato Emmanuel Macron alla presidenza” c’è pure “una forte debolezza istituzionale del sistema”. Se tre indizi fanno una prova, viene insomma da pensare che i partiti non godono proprio di ottima salute.

Tw: @GiorgioVelardi

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