Da Zuwara, in Libia, la sera del 26 agosto 2025 è salpata un’imbarcazione con almeno 73 persone a bordo, in prevalenza somali, e l’ultimo segnale è della mattina dopo, quando un familiare ha ricevuto la posizione: 64 miglia a nord di Zuwara, 95 a sud-ovest di Lampedusa. Poi il silenzio.
Nessuna autorità libica, tunisina, maltese o italiana ha soccorso quel gruppo, nessuna lo ha intercettato, e le ong che incrociavano lì hanno escluso di averlo visto, ricostruiscono ASGI Medea e Alarm Phone. Quando le famiglie hanno chiesto allo Stato italiano cosa sia stato fatto in quelle ore, si sono sentite rispondere che le carte riguardano attività operative.
Le istanze di accesso sono due, depositate a febbraio e a maggio 2026 all’Italian Maritime Rescue Coordination Centre, la centrale romana del soccorso in mare, e respinte con la stessa motivazione: i documenti riguardano la pianificazione, la programmazione, la condotta e l’analisi di attività operative, e mostrarli pregiudicherebbe sicurezza nazionale e relazioni internazionali. Il secondo diniego è finito davanti al Tribunale amministrativo di Roma, che discute il caso il 7 ottobre. Tradotto: le ore che seguono una chiamata di soccorso sono materia riservata, gli annegati sono un segreto di Stato.
La lingua del regolamento militare
Quelle parole hanno un indirizzo. Stanno nell’articolo 1048 del dpr 90 del 2010, alla lettera q, dove «programmazione, pianificazione, condotta e analisi di attività operative-esercitazioni Nato e nazionali» resta invisibile per cinquant’anni, cioè per sempre. Nella lingua di quel regolamento una barca sparita con settantatré persone dentro e una manovra dell’Alleanza atlantica stanno sotto la stessa voce, e il travestimento lo consente l’ordinamento: la Guardia costiera che coordina i soccorsi è un corpo della Marina Militare, articoli 132 e seguenti del Codice dell’ordinamento militare. Chi salva porta una divisa.
Il soccorso diventa operazione, e l’operazione diventa segreto.
Poi c’è la beffa. Il diritto alla verità su cui poggia il ricorso sta scritto proprio nel diritto di guerra: l’articolo 32 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, ratificato dall’Italia con la legge 762 del 1985, impegna gli Stati a muoversi anzitutto in base al diritto che hanno le famiglie di conoscere la sorte dei loro membri.
Vale nei conflitti armati, cioè nel posto più buio che il diritto conosca. L’Italia quel testo lo ha firmato, e a una madre somala che chiede dove sia finito suo figlio Ayuub lo Stato italiano risponde con il lessico delle esercitazioni militari.
Venti corpi a cinquanta miglia da Zuwara
Intanto quel mare restituisce quello che nessuno va a prendere: dal 14 agosto gli aerei di Sos Méditerranée e Sea-Watch e la barca di Resqship hanno contato venti corpi alla deriva a circa cinquanta miglia da Zuwara, e la Guardia costiera ha spiegato a Domani di avere girato la segnalazione ai libici, «non siamo noi competenti su quell’area». Un anno esatto, lo stesso mare, la stessa formula. Della competenza si discute parecchio, dei morti in mare meno.
E i numeri crescono in fretta: secondo l’Oim il 19 agosto, dall’inizio del 2026 nel Mediterraneo centrale si contano 872 fra morti e dispersi, il 24 per cento in più dello stesso periodo del 2025, e oltre due terzi di chi muore in quel mare resta senza nome.
Qui la questione precede qualunque opinione sull’immigrazione, ed è la pietà, quella cosa elementare che vale da vivi e pure da morti. Settantatré uomini e donne sono spariti in mare senza lasciare un atto, e le loro madri chiedono un foglio, un orario, il segno che quella notte qualcuno abbia almeno guardato lo schermo. Lo Stato italiano, pur di tacere, ha messo il soccorso in mare fra le attività operative. Il 7 ottobre un giudice dirà se annegare sia un segreto militare, e che lo si debba domandare a un giudice amministrativo è già una risposta.