Potevano chiedere tante cose, ieri, gli imprenditori riuniti in Confindustria. Potevano chiedere un vero cambio di passo del governo sul fronte del rilancio dellโeconomia. Potevano pretendere con forza una diminuzione delle tasse sul lavoro (il famoso cuneo fiscale), anzichรจ le solite misure elettorali come gli 80 euro e simili. Potevano spronare Palazzo Chigi a lanciare un ambizioso programma di investimenti da portare in Europa. Potevano chiedere di aggredire davvero la spesa pubblica improduttiva, dopo che si รจ rinunciato inspiegabilmente alla famosa Spending review. E invece niente. Del lungo discorso tenuto ieri dal neo presidente di Confindustria, il campano Vincenzo Boccia, resterร poca memoria. Se non il convinto appoggio a quellโabolizione del bicameralismo perfetto sulla quale Matteo Renzi si gioca la carriera. Eโ vero che ormai la Confindustria non ha piรน il peso degli anni Settanta, Ottanta o Novanta, quando a guidarla erano personaggi dello spessore di Gianni Agnelli, Guido Carli, Vittorio Merloni, Luigi Lucchini e Sergio Pininfarina, ma quando in un Paese tutti i maggiori giornali si schierano in fila per due dietro al governo, imitati dalle televisioni, da centinaia di giuristi e accademici che sostengono il โsรฌโ al referendum, si fa strada la sensazione che gli spazi del confronto si stiano restringendo a favore di unโomologazione crescente.
Per caritร , questo Paese ha visto di tutto, anche tra gli industriali. Renzi non รจ il Duce, ovviamente, ma storicamente gli imprenditori italiani sono di bocca buona, pur di aumentare il fatturato con qualche aiutino (o aiutone) di Stato. Quando si pensa agli Agnelli, per dire, si pensa al mitico Avvocato, repubblicano, cosmopolita, amico degli Stati Uniti. E si dimentica suo nonno Giovanni, il senatore, che il 28 ottobre del 1932 accoglie Benito Mussolini al Lingotto di Torino con queste parole: โIl sentimento che il vero italiano nutre per voi รจ fatto di ammirazione e gratitudine. Ammirazione per la vostra personalitร dominante e gratitudine per la formidabile attivitร di governoโ. E la stessa associazione degli industriali, dal 1934 al 1943, fu guidata dalย conte Giuseppe Volpi, che vide bene anche di fare il governatore della Tripolitania, il ministro delle Finanze e di accettare di prendere il posto di Edoardo Morpurgo, il banchiere costretto a lasciare la presidenza delle Assicurazioni Generali perchรจ ebreo. Ma neppure va dimenticato che negli anni Settanta la stessa Confindustria, per volere della Fiat, accettรฒ accordi sindacali suicidi perchรจ si volevaย tenere a bada il Pci.
QUEL CHE RESTA – Oggi la situazione รจ ben diversa. Le grandi aziende o se ne sono andate, come la Fca di quel Sergio Marchionne che ha lasciato Confindustria, o stanno cambiando bandiera come la Pirelli finita ai cinesi e la Telecom andata ai francesi di Vivendi. I grandi colossi rimasti sono i gruppi pubblici, come lโEni, lโEnel, la Finmeccanica, le Ferrovie dello Stato, Terna, le Poste, la Fincantieri e lโIlva โespropriataโ. Ormai da una ventina dโanni sono entrati tutti quanti allegramente in Confindustria. I loro manager li nomina il governo di turno, con i consueti, osceni, riti di spartizione politica o di lobby. Maย la gente, quando parla Confindustria, pensa ancora di avere di fronte la crema dellโimprenditoria privata, quella che puรฒ fare la predica ai politici. In Confindustria ci tengono a sottolineare che dei 500 milioni di quote associative che vengono raccolti solo il 4% arriva dai gruppi pubblici. Eโ sicuramente cosรฌ, ma il loro consenso va pesato, piรน che contato. I vari Claudio Descalzi, Francesco Starace e Mauro Moretti sono dei pesi massimi rispetto a un Boccia. E non starebbero mai in un consesso che si permettesse di criticare Palazzo Chigi.