Hanno riaperto Rafah il 2 febbraio. Lo hanno chiamato segnale. Nelle ultime ore Hamas ha diffuso un numero: 488 transiti complessivi. La previsione iniziale parlava di almeno 1.800. Allโospedale Al Shifa indicano 450 pazienti in condizioni critiche. Le autorizzazioni concesse, fin qui, riguardano cinque casi. Il valico รจ una promessa contata. I corpi aspettano il turno.
Intanto una delegazione tedesca entra nella Striscia. La presidente del Bundestag, Julia Klรถckner, resta โcirca unโoraโ nella porzione sotto controllo israeliano. Nota ufficiale, parole misurate: sostegno alla soluzione dei due Stati, richiamo alla โlinea giallaโ come demarcazione temporanea, invito a proseguire su una linea di apertura. Accesso con cornice, visione con regia. La diplomazia osserva dove altri decidono.
Da Pechino arriva unโaltra dichiarazione. Il ministero degli Esteri parla di โmoderazioneโ, ribadisce la formula dei due Stati, definisce la situazione โmolto fragileโ. Le conferenze stampa usano il tempo verbale giusto. Sul terreno restano corridoi filtrati e liste chiuse.
A sud di Hebron, a Beit Awa, un escavatore militare abbatte una casa palestinese. I video circolano, le agenzie confermano: demolizione di unโabitazione a due piani. Cisgiordania e Gaza si tengono per mano nella stessa cronaca materiale. Un confine che seleziona, una ruspa che svuota.
Sui social rimbalza una cifra che ferma il respiro: 200.000 morti dallโottobre 2023. ร una stima attribuita a studiosi e ripresa da media internazionali, legata al calo demografico e ai corpi sotto le macerie. Accanto restano i conteggi documentati e gli studi che parlano di sottostima dei decessi traumatici. I numeri viaggiano su piani diversi. I funerali restano uno.
Rafah che apre poco. Una visita guidata. Un appello alla moderazione. Una casa che cade. Le ultime ventiquattro ore tengono insieme parole e macerie.