Ci sono date destinate a segnare la storia. Una di queste è senza dubbio quella di domani, in cui ricorre il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, senza che si intraveda all’orizzonte l’epilogo di un conflitto ormai completamente incancrenito. Una giornata che, però, rischia di finire sui libri di storia soprattutto perché mostra per l’ennesima volta un’Unione europea divisa e tenuta in ostaggio dal potere di veto dell’Ungheria di Viktor Orbán, da sempre “morbido” nei confronti di Vladimir Putin e fin troppo duro con Volodymyr Zelensky, che, come annunciato oggi e salvo colpi di scena che sembrano improbabili, bloccherà “qualsiasi decisione dell’Ue relativa alle sanzioni contro la Russia”.
Insomma, un copione visto e rivisto, in cui il primo ministro di Budapest alza un polverone, ritarda gli interventi – strizzando l’occhio allo zar – per cercare di ottenere qualche vantaggio per il proprio Paese. “Abbiamo deciso che fino a quando non riprenderanno le forniture attraverso l’oleodotto Druzhba (recentemente colpito e reso inservibile, ndr), non sosterremo alcuna politica di sanzioni dell’Ue. Di conseguenza, respingeremo anche il ventesimo pacchetto di sanzioni sottoposto all’esame dell’Ue. Se le forniture di petrolio riprenderanno, torneremo alle condizioni precedenti”, ha affermato Orbán in un video. Il leader ungherese, sempre più un corpo estraneo a Bruxelles, ha anche aggiunto che “in risposta alla sospensione del transito attraverso l’oleodotto Druzhba, l’Ungheria ha bloccato anche il prestito di guerra dell’Ue di 90 miliardi di euro all’Ucraina”.
Europa ostaggio del veto di Orbán
Dichiarazioni di fuoco che lasciano presagire un nulla di fatto nella riunione che oggi, almeno nei programmi, avrebbe dovuto ribadire il pieno sostegno dell’Europa all’Ucraina. Proprio per questo non sono tardate ad arrivare le reazioni furiose dell’Ue, che non le ha mandate a dire al primo ministro ungherese.
“Il Consiglio europeo ha accettato il prestito ucraino a condizione che tre Stati membri non partecipassero finanziariamente al programma. Ora questa condizione è stata soddisfatta e pertanto ci aspettiamo che tutti i leader rispettino i propri impegni. Non rispettarli costituirebbe chiaramente una violazione della leale cooperazione”, ha dichiarato la portavoce della Commissione europea, Anna-Kaisa Itkonen, alla vigilia della riunione dei leader Ue. Del resto, fanno notare, “la Russia ha distrutto l’oleodotto Druzhba. La nostra priorità è la sicurezza energetica dei nostri Stati membri e l’Ucraina si è già impegnata a riparare l’oleodotto; la decisione sulla tempistica spetta a loro”.
Particolarmente dura la reazione del governo di Berlino, con Stefan Kornelius, portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha tuonato: “Il governo conta sul fatto che i Paesi che non danno il loro consenso si assumano la propria responsabilità per fare in modo che il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia passi”. Ancor più netta la posizione della Polonia: il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski ha affermato che si sarebbe “aspettato un sentimento di solidarietà molto maggiore dall’Ungheria per l’Ucraina. E invece, con l’aiuto della propaganda di Stato e dei media privati, ma controllati dal governo, il partito al potere è riuscito a creare un clima di ostilità nei confronti della vittima dell’aggressione, e ora sta cercando di sfruttarlo nelle elezioni generali. È davvero scioccante”.
La fine della guerra è ancora lontana
Come se non bastasse, mentre il conflitto prosegue con la consueta ondata di attacchi e contrattacchi, i negoziati per arrivare alla sua conclusione sembrano arenati. L’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff, pur dicendosi fiducioso su un possibile epilogo, ha fatto sapere che “le parti si riuniranno nelle prossime tre settimane e forse daranno poi luogo a un vertice tra Zelensky e Putin”, che “potrebbe finire per essere un vertice trilaterale con il presidente Donald Trump”.
Ottimismo che, però, non sembra trovare riscontro nelle parole dei due leader. Parlando con la Bbc, Zelensky ha provato a sollecitare gli alleati a “svegliarsi”, in quanto ha detto di credere che “Putin abbia già scatenato la terza guerra mondiale”, aggiungendo che a questo punto “la domanda è quanto territorio riuscirà a conquistare e come fermarlo”. Entrando nel merito dei negoziati, è tornato sulla richiesta russa fatta all’Ucraina di cedere il 20 per cento della regione orientale di Donetsk che ancora controlla, spiegando che “non è una richiesta ragionevole” e che ritirare le truppe finirebbe per “indebolire le nostre posizioni, di fatto causando l’abbandono di centinaia di migliaia di connazionali che vivono lì”.
Insomma, Zelensky non sembra ancora disposto alle cessioni territoriali che per Mosca rappresentano una condizione sine qua non per mettere fine al conflitto. Dal canto suo Putin, dimostrando per l’ennesima volta di non avere alcuna intenzione di fermare la propria macchina bellica, ha ribadito che “la Russia sta lottando per il suo futuro, per la sua indipendenza, per la verità e la giustizia”. E non è tutto. Lo zar, sfruttando lo stop al programma New Start che puntava a ridurre gli armamenti, ha poi spaventato il mondo dichiarando che “lo sviluppo delle forze nucleari russe” resta “la priorità” della Russia, promettendo ingenti investimenti per sviluppare nuove armi micidiali.