L’Europa ha chiesto chiarezza agli Stati Uniti. I dazi al 15% imposti unilateralmente da Donald Trump, dopo che la Corte Suprema ha bocciato le premesse giuridiche della sua politica tariffaria, non solo danneggiano l’Europa, ma – nelle prime valutazioni – determinano una violazione dell’intesa siglata in Scozia. Tanto che il Parlamento europeo ha deciso per ora di congelare la ratifica dell’accordo raggiunto a luglio da Ursula von der Leyen e Trump.
“Stangata per chi fa giochetti”: Trump non molla e rilancia sui dazi
Il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer, ha indicato ai ministri del Commercio del G7 che l’intenzione dell’amministrazione Trump è mantenere il quadro dei dazi precedenti, collegandoli però a basi giuridiche differenti. “Il nostro scopo è agire rapidamente per evitare nuove incertezze. Ma vogliamo anche evitare l’idea che possano esserci rimborsi per aziende esportatrici straniere”, ha detto Greer.
L’Europa chiede agli Usa stabilità, l’Italia si fida ciecamente
Ma se l’Europa rimane guardinga, l’Italia si fida ciecamente dell’alleato Donald. “Il clima è piuttosto positivo, durante la riunione del G7 è emerso chiaramente l’interesse americano a non far peggiorare la situazione. Noi siamo favorevoli al dialogo e siamo impegnati a far sì che gli Stati Uniti rispettino l’accordo che era in vigore. Riteniamo che anche con una nuova base giuridica si possa arrivare allo stesso risultato”, ha detto il vicepremier Antonio Tajani, evidenziando che con Washington è stata “avviata una fase di dialogo costruttivo. Quindi nessuna guerra commerciale, nessun atteggiamento aggressivo”, ha aggiunto.
Le stime sui danni delle nuove tariffe doganali
Un grafico diffuso dal Financial Times ha illustrato come l’Ue sia tra i destinatari più svantaggiati dal nuovo schema tariffario, che invece paradossalmente sembrerebbe favorire Paesi non certo vicini a Trump, come Cina e Brasile. Alla quota del 15%, infatti, si dovrebbe aggiungere la clausola della nazione più favorita che regolava i rapporti tra Usa e Ue in passato, e che si staglia attorno al 4,8%. Tale clausola, negli accordi di Turnberry, era inclusa nel tetto del 15%.
A pagare il prezzo più alto: Regno Unito, Ue e Giappone
A subire il colpo più duro, dicevamo, saranno invece gli alleati di lunga data degli Usa, tra cui Regno Unito, Unione Europea e Giappone poiché le loro esportazioni sono dominate da acciaio, alluminio e automobili, settori coperti da altri dazi che rimangono in vigore dopo la sentenza di venerdì. L’entrata in vigore dei nuovi dazi è prevista per oggi, ma è valida solo per 150 giorni, prima di necessitare di un’ulteriore autorizzazione da parte del Congresso.
A sorridere Cina e Brasile
Johannes Fritz, economista e ad della Global trade alert che ha condotto l’analisi pubblicata dal Ft, ha dichiarato che “Paesi come Cina, Brasile, Messico e Canada, che sono stati più duramente criticati dalla Casa Bianca e presi di mira con i dazi Ieepa in base a ordini esecutivi speciali, hanno visto i loro dazi scendere maggiormente”. Produttori asiatici come Vietnam, Thailandia e Malesia, spesso additati da Trump per gli enormi surplus commerciali con gli Stati Uniti, trarranno beneficio dal nuovo regime. La loro base manifatturiera, che comprende abbigliamento, mobili, giocattoli e plastica, avrà un andamento particolarmente positivo.
L’Italia Paese più colpito al mondo dopo il Regno Unito
I Paesi “che vogliono fare giochetti con la ridicola decisione della Corte Suprema, soprattutto quelli che ci hanno derubato per decenni, si troveranno ad affrontare dazi molto più alti e peggiori di quelli concordati di recente”. E’ l’avvertimento lanciato da Trump. Ritornando all’Europa, l’Italia sarebbe tra i Paesi più colpiti. Con le nuove aliquote al 15% secondo i calcoli di Fritz – scrive Tpi – la media ponderata dei dazi su circa 76 miliardi di dollari di importazioni negli Usa provenienti dal nostro Paese è pari al 15,3%. Con il regime precedente era di 1,7 punti percentuali inferiore, pari al 13,6%. Un esito che rende l’Italia il secondo Paese più colpito al mondo, dopo il Regno Unito.