Anche Deliveroo commissariata per sfruttamento dei riders. Paghe inferiori in alcuni casi fino al 90% rispetto alla soglia di povertà

per l'Usb Deliveroo non è l'eccezione, è la regola. Intanto la procura di Milano chiede i documenti a 7 società che utilizzano la piattaforma

Anche Deliveroo commissariata per sfruttamento dei riders. Paghe inferiori in alcuni casi fino al 90% rispetto alla soglia di povertà

Dopo Glovo, anche Deliveroo Italy finisce sotto controllo giudiziario nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Milano per caporalato e sfruttamento dei rider. Il provvedimento urgente di ieri ha disposto la nomina di un amministratore esterno e ha contestato un modello fondato su paghe giudicate non dignitose e su una gestione del lavoro guidata dall’algoritmo, che potrebbe coinvolgere fino a 20mila lavoratori tra Milano e il resto del Paese.

L’atto di accusa del pm Storari a Deliveroo

Pesantissime le parole utilizzate dal pm Paolo Storari nel provvedimento, nel quale si legge: “L’amministratore unico di Deliveroo Italy S.r.l. impiegava manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori. In particolare corrispondeva ai riders, in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale (rispettivamente pari a circa 3.000 e 20.000 lavoratori), una retribuzione in alcuni casi inferiore fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva, somma che sicuramente non è proporzionata né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato al fine di garantire una esistenza libera e dignitosa (art. 36 Cost.) e palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale”.

Sotto la soglia di povertà il 75% dei riders

Un caso fotocopia di quello che ha riguardato Foodinho, la società che gestisce Glovo in Italia, messa due settimane fa sotto amministrazione giudiziaria e alla quale un giudice ha poi ordinato di “regolarizzare” fino a 40 mila rider, rafforzando i poteri dell’amministratore nominato dal tribunale. Nel caso di Glovo, sul campione retributivo analizzato risultavano sotto soglia di povertà il 75% dei ciclofattorini, con uno scostamento medio di circa 5mila euro annui lordi. Rispetto ai contratti collettivi nazionali di riferimento, l’87,5% del campione risultava sottopagato, con scostamenti massimi fino a 12mila euro annui.

Le testimonianze agghiaccianti

Anche per questa indagine sono stati fondamentali le testimonianze dei rider sfruttati, come A.Y., che ha riferito di “collegarsi appena esce di casa”, alla piattaforma Glovo; di lavorare “circa 9 ore al giorno, sei giorni a settimana”; di compiere una media di “circa 10 consegne al giorno”, di essere costantemente “geolocalizzato” e che, “in caso di problemi o ritardi, può essere contattato dal call center Deliveroo”; che “ha indicato un compenso variabile in base ai km (da €3,77 fino a €4/5)”, per un guadagno totale di “circa €1.400 mensili, con variazioni tra €700 e €1.800”. E ha poi messo a verbale “di non potersi permettere di rifiutare consegne per mantenere moglie e figli in Afghanistan”.

Un altro ha raccontato: “Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”.

Dal canto suo, la società fa sapere che “sta collaborando” con la procura.

Usb: “Deliveroo non è un caso isolato”

Ma Deliveroo non è un caso isolato, come sottolinea il sindacato USB: “Non siamo davanti a irregolarità isolate, ma al fallimento strutturale di un intero modello industriale. Il coinvolgimento di più piattaforme dimostra che non si tratta di comportamenti devianti di singole aziende”.

Per il sindacato “è l’architettura stessa del food delivery ad essere fondata su un meccanismo di sfruttamento sistemico. Un modello che, dietro la retorica dell’innovazione e della flessibilità, ha riprodotto forme di organizzazione del lavoro che richiamano il caporalato”, non esercitato “da un caporale in carne e ossa, ma da un algoritmo che assegna, valuta, punisce ed esclude”.

Accertamenti su Mc Donald’s, Burger King, Esselunga, Carrefour, Crai , Poke House e Kfc

Il riferimento è agli accertamenti che i Carabinieri, su disposizione della procura, hanno effettuato nelle sedi di sette società (non indagate), perché “in rapporti contrattuali” con il colosso del delivery e perché “si avvalgono dei medesimi rider per effettuare le consegne”. Gli investigatori hanno chiesto e acquisito documenti sui “modelli di organizzazione” e sui “sistemi di controllo interni”.

E chiede di acquisire una serie di atti per “vagliare i modelli organizzativi” delle stesse società e per verificare se sono idonei “ad impedire la commissione del reato” di sfruttamento del lavoro sui rider. Tra i documenti richiesti, oltre all’organigramma aziendale e molti altri, anche le “attività di audit”.

Una mossa, da parte della Procura, che ricalca quella dello scorso dicembre, quando il pm Storari nelle indagini sul caporalato negli opifici gestiti da cinesi aveva chiesto a 13 grandi gruppi della moda di “consegnare” tutta “la documentazione”, in particolare quella sui “sistemi di controllo” sulla catena di appalti e subappalti nella produzione.