Mai più un’altra Cutro, tre anni dopo la strage i numeri smentiscono la promessa: solo nel 2025 si contano 2.185 vittime nel Mediterraneo

A tre anni dal naufragio di Cutro con 94 morti, le vittime in mare aumentano e la deterrenza resta la linea politica dominante.

Mai più un’altra Cutro, tre anni dopo la strage i numeri smentiscono la promessa: solo nel 2025 si contano 2.185 vittime nel Mediterraneo

Tre anni fa, a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, il caicco “Summer Love” si spezzava contro le secche. Novantaquattro morti accertati, trentacinque minori. I giocattoli tra la sabbia, i corpi allineati nel palazzetto dello sport, le promesse solenni pronunciate davanti alle telecamere. Si disse che quella sarebbe stata la volta buona. Si disse che il Mediterraneo non avrebbe più inghiottito vite nell’indifferenza.

I numeri della continuità

I numeri raccontano altro. Dal 2014 oltre 34.200 persone risultano morte o disperse lungo le rotte verso l’Europa; quasi 3.000 dopo Cutro. Nel 2025 le vittime sono state 2.185. Nei primi mesi del 2026 almeno 606. Dati che confermano una continuità strutturale della strage. La commozione non ha modificato l’assetto delle politiche. Ha prodotto dichiarazioni, non un cambio di paradigma.

La rotta del Mediterraneo centrale resta la più letale al mondo. Le stime oscillano, si aggiornano, si correggono, ma la tendenza è costante. Ogni trimestre aggiunge nomi a un elenco che raramente arriva sulle prime pagine. La morte in mare è diventata una variabile incorporata nel dibattito pubblico, un costo implicito delle politiche di contenimento.

Anche le organizzazioni che operano in mare lo ripetono. Medici senza frontiere parla di assenza di un meccanismo stabile e coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e di progressiva penalizzazione delle navi civili. Save the Children richiama l’impatto sui minori: ogni ritardo nei soccorsi espone bambini e adolescenti a rischi gravissimi. A Cutro oltre un terzo delle vittime era minorenne. La statistica ha un volto.

Deterrenza come architrave

Sul piano normativo, dopo il 26 febbraio 2023 si è consolidato un impianto restrittivo che incide soprattutto sulle Ong: obbligo di dirigersi immediatamente verso il porto assegnato dopo un solo intervento, assegnazione di scali lontani, sanzioni e fermi amministrativi; fino alla previsione di interdizioni dalle acque territoriali. L’effetto è sottrarre giorni di operatività alle uniche navi presenti in un tratto di mare vastissimo.

Nel frattempo, il “Pacchetto sicurezza” del 2026 interviene su asilo, identificazioni, rimpatri, trattenimento nei Cpr, con ulteriori strette sulle procedure e sulle deroghe per l’ampliamento dei centri. La traiettoria è coerente: deterrenza e controllo come architrave. Inclusione e accoglienza restano parole assenti nei testi normativi.

Il tempo delle responsabilità

Intanto, a Crotone, il processo prova a misurare le responsabilità. Sei militari imputati. In aula tornano i ventisei minuti tra le prime segnalazioni dei pescatori e l’ordine di uscita, e le sei ore tra l’avvistamento di Frontex e l’affondamento. Intervalli che non sono dettagli tecnici ma porzioni di tempo in cui la vita resta appesa a una decisione.

La distinzione tra operazione di polizia e intervento di soccorso è diventata uno snodo centrale. Una scelta di qualificazione che può spostare competenze e tempi di reazione. I familiari chiedono verità e scuse. «Una morte che avrebbe potuto essere evitata», ha detto Farzaneh Maliki fuori dal tribunale. La richiesta resta semplice: riconoscere che quei novantaquattro non sono stati travolti da una fatalità astratta.

Memoria contesa

Anche la memoria, intanto, si è fatta terreno di scontro. A Crotone un istituto superiore ha annullato una giornata dedicata a Cutro per presunto “mancato contraddittorio”, richiamando la circolare sulla par condicio; poi il dietrofront. Un corto circuito che rivela quanto il ricordo sia diventato materia amministrativa. Come se la commemorazione di una strage dovesse bilanciare opinioni.

Fuori dalle aule, associazioni e sindacati hanno ricordato che Cutro non è un episodio isolato ma un passaggio dentro una sequenza più ampia. La segretaria confederale della Cgil, Maria Grazia Gabrielli, ha parlato di “strage continua, silenziosa e silenziata”, collegando la tragedia alle nuove misure securitarie su asilo e trattenimento. Le parole tornano a incrociare i numeri.

Cutro resta una ferita aperta. Le cifre dimostrano che il Mediterraneo continua a essere la rotta più letale. Le politiche restano concentrate su sicurezza, respingimenti, trattenimento. La promessa del “mai più” si è dissolta nel tempo breve delle dichiarazioni. La commozione di tre anni fa si è dispersa nel mare. Le vite perdute, invece, restano.