Fondi pensione, dal 1° luglio scatta l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neo-assunti del settore privato

Fondi pensione, dal 1° luglio adesione automatica per i neo-assunti del settore privato e portabilità. Cgil: indebolimento dei fondi negoziali

Fondi pensione, dal 1° luglio scatta l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neo-assunti del settore privato

Dal 1° luglio 2026 l’adesione alla previdenza complementare diventa automatica per i neoassunti del settore privato. La novità è contenuta nella legge di Bilancio 2026 e riguarda chi è alla prima occupazione: iscrizione d’ufficio al fondo previsto dal contratto collettivo applicato in azienda, con 60 giorni per scegliere diversamente. Se non si esercita alcuna opzione, il Tfr maturando – circa il 6,91% della retribuzione annua lorda – confluisce nel fondo insieme al contributo del datore di lavoro e a quello del lavoratore stabilito dal Ccnl.

Il governo presenta la misura come un passo avanti per rafforzare il secondo pilastro previdenziale e ampliare la platea degli iscritti. I sindacati leggono invece un intervento che modifica gli equilibri costruiti in vent’anni di contrattazione collettiva, incidendo su una quota di salario differito. Il punto che accende lo scontro riguarda la portabilità del contributo datoriale, destinata a ridisegnare i rapporti tra fondi negoziali e prodotti finanziari di mercato.

Il contributo datoriale non è un premio

La legge consente, dopo almeno due anni di adesione, di trasferire la propria posizione individuale verso fondi aperti o piani individuali pensionistici mantenendo il contributo dell’azienda. In altre parole, il flusso contrattuale può seguire il lavoratore anche fuori dal fondo negoziale di riferimento. È un cambio di paradigma: il contributo datoriale, finora ancorato al perimetro collettivo, diventa trasferibile verso prodotti di mercato offerti da banche e assicurazioni.

Per la Cgil si tratta di salario differito conquistato con il contratto nazionale, dunque parte integrante della retribuzione. Gianluca Torelli, responsabile previdenza complementare della confederazione, parla di rischio di indebolimento dei fondi negoziali e di spostamento di risorse verso intermediari finanziari privati. Anche Assofondipensione esprime contrarietà, sottolineando che la natura mutualistica e senza scopo di lucro dei fondi chiusi ha garantito costi tra i più bassi del sistema e governance paritetica tra rappresentanti dei lavoratori e delle imprese.

La differenza di commissioni pesa nel lungo periodo. Su orizzonti di trent’anni, scarti anche contenuti possono tradursi in migliaia di euro in meno di prestazione integrativa. È un effetto cumulativo che riguarda soprattutto chi ha carriere continue e versamenti costanti, mentre per chi alterna periodi di lavoro e inattività l’impatto può essere ancora più marcato.

Un sistema sotto pressione

La riforma interviene mentre aumentano gli oneri regolatori. L’articolo 29 del decreto Pnrr richiede maggiori risorse ai fondi per finanziare la vigilanza Covip, mentre la legge di Bilancio 2026 innalza le sanzioni fino a 500 mila euro. Nello stesso tempo si amplia la deducibilità fiscale dei contributi, portando il tetto a 5.300 euro annui dal 2026. Una leva che favorisce soprattutto chi dispone di redditi medio-alti e capacità di versamento aggiuntivo, lasciando ai margini chi fatica a destinare ulteriori quote di salario alla previdenza complementare.

Sul versante degli investimenti, con l’adesione automatica le risorse vengono indirizzate verso linee con profili di rischio differenziati in base all’età, superando il conferimento di default nei comparti garantiti. L’obiettivo dichiarato è aumentare i rendimenti attesi nel lungo periodo attraverso strategie cosiddette “life cycle”. Resta l’esposizione alla volatilità dei mercati, che incide in modo diverso a seconda della carriera e della continuità contributiva.

La contesa riguarda quindi la natura stessa della previdenza complementare italiana. Da un lato un modello fondato sulla contrattazione collettiva, sulla governance condivisa e su economie di scala che comprimono i costi. Dall’altro un mercato più aperto alla competizione tra banche e assicurazioni, con maggiore libertà individuale e maggiore peso delle reti commerciali. Il 1° luglio 2026 segnerà l’avvio operativo di questa nuova fase. Gli effetti sul sistema si misureranno nel tempo, quando sarà chiaro quanta parte del salario differito avrà cambiato destinazione e quali soggetti avranno beneficiato maggiormente di questa redistribuzione silenziosa di risorse previdenziali. La direzione però è già chiara.