La Marina militare degli Stati Uniti ha pensato bene di pubblicarlo su Instagram. Due elicotteri MH-60S Sea Hawk dell’Helicopter Sea Combat Squadron 28, decollati dalla base di Sigonella, sono atterrati il 13 marzo a Piano Catarineci, nel cuore del Parco delle Madonie: zona A, livello massimo di tutela ambientale, Zona Speciale di Conservazione della rete europea Natura 2000, geopark Unesco. Didascalia del post: «Sea Hawks sulla Sicilia». Come a dire: siamo qui, facciamo quello che vogliamo, e ve lo mostriamo.
I 22 sindaci madoniti e il presidente dell’Ente Parco, Giuseppe Ferrarello, hanno scritto al governatore Renato Schifani e al prefetto Massimo Mariani: erano stati avvisati? Il piano di volo era autorizzato? Era stata effettuata la Valutazione di Incidenza Ambientale, obbligatoria per legge? «Nessuna istituzione locale era stata informata preventivamente», ha risposto Ferrarello. La deputata all’Assemblea Regionale Siciliana Valentina Chinnici (Partito democratico) ha presentato interrogazione urgente a Schifani: «Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una ‘portaerei’ in balia di decisioni prese altrove». Ma quello delle Madonie non è un episodio isolato. È l’ultimo fotogramma di una settimana densa.
Il treno di Pisa
Il 12 marzo, circa 200 persone siedono sui binari della stazione centrale di Pisa davanti a un convoglio di 32 vagoni carichi di munizioni, esplosivi e veicoli militari diretti a Palmanova, in provincia di Udine. Un filo diretto tra ferrovieri antimilitaristi, lavoratori JSW di Piombino, una vedetta a Sant’Ermete e gli attivisti del Movimento No Base: qualcuno di dentro ha avvisato. L’Unione Sindacale di Base proclama uno sciopero per il trasporto di armamenti rivolto ai macchinisti di Mercitalia Rail. I binari vengono occupati alle 18.30; il treno fa dietrofront verso mezzanotte, dopo sei ore di presidio con le forze dell’ordine in tenuta antisommossa.
Di fatto, il convoglio è poi arrivato a destinazione passando da un’altra linea, con circa 8 ore di ritardo. Il blocco ha retto per una notte; il sistema logistico della guerra ha trovato un’altra strada. E la lista civica Diritti in Comune ha posto la domanda che nessuno vuole sentirsi rivolgere: il sindaco era a conoscenza del passaggio del convoglio militare attraverso la città? Se sì, ha taciuto. Se no, è peggio, perché vorrebbe dire che i mezzi bellici attraversano Pisa senza che nessuno ne venga avvisato.
Vicenza: quattro basi, due ore, nessuna risposta
Il 14 marzo, più di 500 persone bloccano per due ore l’accesso a Camp Del Din, a Vicenza, sede della 173ª brigata aviotrasportata statunitense, inaugurata nel 2013. Le altre tre installazioni americane in città: la Caserma Ederle (comando Setaf), la Caserma Miotto (intelligence Usa) e la Caserma Tormeno. Quattro basi presenti da decenni, accettate da governi di ogni colore. Il Centro Sociale Bocciodromo e No Military Bases Vicenza hanno scritto che queste strutture «rendono la città parte integrante di un sistema di guerra globale costruito sopra le vite dei territori». Sulla rotatoria di viale Ferrarin restano le scritte «Yankee go home» e «Vicenza ripudia la guerra». Nessuna risposta istituzionale.
La mobilitazione vicentina si innesta nel percorso No Kings Italy, che il 27 e 28 marzo porta a Roma concerto e corteo in contemporanea con Londra e gli Stati Uniti, con l’adesione di oltre 700 movimenti. «In Europa stanziano 6.900 miliardi in dieci anni per le armi», ha ricordato Raffaella Bolini dell’Arci: «Non per il clima. Non per le emergenze sociali». In una settimana, il movimento ha bloccato un treno di armamenti, per due ore una base americana, aperto un caso diplomatico su una riserva naturale trasformata in area d’addestramento. La Marina statunitense ha pubblicato le foto su Instagram. Sanno già dove sono. Il punto è che lo sappiamo anche noi.