Sulla carta sembrerebbe un’ottima idea: da una parte ci sono 110 alloggi pubblici nelle case popolari sfitti; dall’altra i lavoratori (assunti) che non riescono a pagare gli affitti stellari di Milano; in mezzo i datori di lavoro che possono anticipare le spese di ristrutturazione degli appartamenti (che Palazzo Marino non può assumersi, perché non ha i fondi) e proporre un affitto ai propri dipendenti a canone calmierato. Mettendo tutti in rete, si accontentano tutti, no? No, non proprio.
Gli alloggi a chi ha un Isee fino a 40.000 euro. E chi non ha redditi? Niente casa popolare…
Perché se si legge con attenzione il bando della seconda edizione del progetto “Casa ai lavoratori” varato dal Comune di Milano la settimana scorsa, ci si rende conto che quell’iniziativa presentata in pompa magna al Forum Casa dall’assessore Fabio Bottero, di fatto toglie dal mercato appartamenti di edilizia popolare, case cioè destinate a famiglie con redditi anche pari a zero, per “girarli” a lavoratori, non certo ricchi, ma neanche così poveri. Che non potrebbero ambire a una casa popolare, proprio per l’Isee troppo alto.
Il discrimine è infatti in uno dei criteri previsti in capo al lavoratore dal Comune per ottenere la casa: avere un Isee non superiore a 40.000 euro. Una cifra altissima, se paragonata a quella dichiarata da quelle oltre 13mila famiglie in attesa di una casa popolare a Milano.
Ecco come funziona il bando
Secondo il bando, che resterà aperto fino al 31 agosto 2026, a poter ottenere gli appartamenti situati nei Municipi 6, 7 e 9 (principalmente nei quartieri Niguarda e Giambellino) sono enti pubblici, enti privati e del Terzo settore, associazioni di categoria e raggruppamenti formati anche da lavoratori.
A norma del bando, i costi della ristrutturazione delle unità immobiliari, inclusa la progettazione e l’esecuzione delle opere edilizie e impiantistiche richieste dagli interventi, saranno a carico dei soggetti attuatori individuati al termine della selezione pubblica (cioè le aziende), che potranno poi richiedere al Comune il rimborso fino al 70% delle spese sostenute attraverso i canoni. E in ogni caso fino ad un massimo di 500 euro al mq.
Ultimate le riqualificazioni, gli appartamenti saranno dati in affitto a lavoratrici e lavoratori individuati dal soggetto attuatore, in possesso di specifici requisiti (l’Isee fino a 40 mila euro, appunto). Il canone richiesto sarà di 72 euro/mq anno, più spese accessorie.
L’assessore Bottero: “Stimolare sinergie pubblico-privato”
“Crediamo profondamente nella bontà e nel valore sociale del progetto”, ha commentato l’assessore Bottero, che naturalmente ha sottolineato la necessità di “stimolare sinergie pubblico-privato”, anche perché “forti della positiva esperienza del primo bando e certi dell’impatto positivo che questo progetto ha sulla città”.
Il primo bando non andò benissimo
In realtà, il primo avviso non era andato proprio benissimo. Allora gli alloggi pubblici comunali messi a bando erano stati 270, ma alla fine ne furono assegnati alle aziende partecipanti solo 180, 30 finiti a Fondazione Aem-Gruppo A2a, 30 a Fondazione Atm e 120 alla cooperativa sociale Il Melograno, che aveva partecipato in Ati con altre realtà indicando come datore di lavoro (il soggetto che avrebbe dovuto affittare le case per i propri dipendenti) l’editore Giuffrè-Lefebvre.
Tutti troppo “ricchi” per avere le case…
Tuttavia nessun lavoratore della Giuffrè aveva un Isee che rientrasse nei parametri previsti (nel primo bando il limite era di 27.500 euro), quindi, in corso d’opera, la cooperativa si è messa a cercare società o aziende milanesi che avessero dipendenti tanto sottopagati, da poter prendere gli appartamenti.
Un allargamento ad altre società, che a molti aveva fatto storcere il naso, anche perché arrivato in aperto contrasto con il bando originario, che non prevedeva la possibilità di affittare a soggetti diversi da quelli indicati nell’offerta come datori di lavoro.
Un bando che paradossalmente gentrifica Milano
Al di là delle discussioni sulla linearità dell’operazione, è indubbio che un primo effetto sia stato quello di trasformare la casa popolare – in teoria bene pubblico – in una voce del welfare aziendale di società private (ti do il lavoro e anche la casa). Peccato che quelle case lì non dovrebbero essere a disposizione delle aziende, ma dell’Amministrazione per aiutare i più bisognosi.
Il secondo effetto è un paradosso: sottraendo abitazioni agli strati più poveri della popolazione, per darle a quelli immediatamente sopra, di fatto il Comune ha dato nuovo impulso alla “gentrificazione”: in città resta chi lavora, chi non lavora, o è povero pur lavorando, deve lasciarla, perché case per lui non ci sono.
Un paradosso, appunto, per un Comune che sostiene di voler “mitigare” la fuga da Milano delle fasce più deboli…