Il governo Amato, nel 1992, introdusse l’Ici e già allora esentava gli enti non commerciali per le attività non lucrative. Poi arrivò Berlusconi.
Nel dicembre 2005 la legge 248 estendeva l’esenzione anche agli immobili con attività commerciali: alberghi, scuole paritarie, ospedali. Bastava che l’attività non fosse «esclusivamente commerciale». Da quella data al 2011 la Chiesa cattolica non paga l’Ici sugli immobili in concorrenza con operatori privati laici. Un albergo diocesano e un albergo privato sullo stesso isolato, stesso mercato, hanno tassazione diversa.
Il governo Monti introdusse l’Imu nel 2012, limitando le esenzioni agli immobili privi di finalità economiche. Il pregresso restava: sei anni di agevolazioni illegittime. La Commissione europea qualificò l’esenzione come aiuto di Stato, poi riconobbe all’Italia “l’assoluta impossibilità” di recuperare le somme, perché i dati catastali non consentivano di ricostruire l’imposta per ogni immobile. La vicenda sembrava chiusa.
Nel 2013 la scuola Montessori di Roma presentò ricorso, con il sostegno dei Radicali. Il 6 novembre 2018 la Grande Sezione della Corte di Giustizia Ue ribaltò tutto: l’impossibilità di riscossione erano «mere difficoltà interne» imputabili alle autorità nazionali. L’Italia doveva recuperare le somme per il 2006-2011. Le stime dell’Anci parlavano di 4-5 miliardi.
Cinque anni di silenzio bipartisan
Seguirono quasi cinque anni di silenzio. Nel marzo 2023 la Commissione europea intimò all’Italia di procedere almeno a un recupero parziale, pena una procedura di infrazione. Il governo Meloni era al potere da cinque mesi. Non fece nulla.
Nel settembre 2024 arrivò il decreto-legge 131, il «Salva infrazioni», convertito in legge il 14 novembre 2024. L’articolo 16-bis limitava il recupero agli enti che negli anni 2012 o 2013 avevano dichiarato un’imposta Imu/Tasi superiore a 50.000 euro annui. Sotto quella soglia: nessun obbligo. La maggior parte delle parrocchie rimase fuori. Dai 4-5 miliardi originari si scese, secondo il Corriere della Sera, a una forchetta tra 200 e 500 milioni. Un funzionario dell’Anci confessò al Post che il totale potrebbe attestarsi intorno ai 150 milioni.
Il software che non c’era
Il 23 dicembre 2025 un decreto della Presidenza del Consiglio fissò la scadenza: 31 marzo 2026. Il 26 marzo, cinque giorni prima, Palazzo Chigi firmò un nuovo decreto: proroga al 30 settembre 2026, per «limitata disponibilità di strumenti informatici adeguati». Il Ministero dell’Economia aveva approvato il modello di dichiarazione solo il 4 febbraio 2026. Era già il secondo rinvio: la prima scadenza era quella del settembre 2025, già slittata al 31 marzo. Otto anni dopo la sentenza, l’incasso reale potrebbe collocarsi in autunno 2026.
Ogni rinvio non è neutro. Sulle somme dovute maturano interessi calcolati secondo i criteri europei sugli aiuti di Stato, a partire dalla data in cui i benefici furono concessi.
La storia di questa vicenda disegna una continuità bipartisan che ha pochi eguali. Il privilegio fiscale lo creò Berlusconi nel 2005. Lo lasciò in piedi Prodi, modificandolo nel 2006. Lo smontò formalmente Monti nel 2012, ma solo per il futuro. Il silenzio post-sentenza del 2018 attraversò Conte I, Conte II, Draghi e i primi anni di Meloni. Il decreto Salva infrazioni del 2024 è intervenuto per ridurre l’esposizione degli enti religiosi, non per massimizzare il recupero.
Rimane una domanda che nessuno pone ufficialmente: quanto vale il rapporto con la Santa Sede rispetto a 200 milioni di gettito? La risposta implicita, iterata da maggioranza a maggioranza, è che vale di più. Ogni governo ha trovato la propria tecnica: chi invocando l’impossibilità oggettiva, chi approvando soglie protettive di fatto, chi certificando l’assenza di software a cinque giorni dalla scadenza. La forma cambia ma la sostanza no.
E il 30 settembre 2026? Si vedrà.