Dopo il successo del referendum, resta il tema delle vere riforme

Archiviato il referendum, si pone il tema delle vere riforme: ruolo delle correnti, incarichi extra-giudiziali e giustizia internazionale

Dopo il successo del referendum, resta il tema delle vere riforme

L’esito referendario che ha respinto la riforma segna un passaggio di grande valore civile: ha espresso in modo netto la volontà popolare di confermare il modello di giustizia tracciato dalla Costituzione. Rimane fermo il presidio fondamentale: tutti i magistrati sono “soggetti soltanto alla legge”, non solo nella forma ma anche nella sostanza. Tuttavia sarebbe un errore scambiare questo esito per un punto di approdo. Occorrono ora le “vere” riforme della giustizia, affinché questa sia realmente più equa, efficiente e vicina ai bisogni dei cittadini. In tale prospettiva, diventa difficile eludere uno dei nodi del sistema ancora non risolto: il ruolo assunto nel tempo dalle correnti associative. Nate come sedi di elaborazione culturale e di confronto ideale, esse hanno progressivamente oltrepassato quella dimensione, arrivando a decidere le dinamiche di carriera e gli assetti organizzativi. Non si tratta di negarne la legittimità, ma di ricondurne il peso entro limiti compatibili con un ordinamento che voglia davvero fondarsi sul primato del merito e sull’autonomia del singolo magistrato.

Centri di potere

Occorre perciò ridimensionare ogni logica di appartenenza che possa anche solo offuscare la percezione di indipendenza. Le correnti sono perciò chiamate a una trasformazione profonda, per tornare a essere luoghi di pensiero e di confronto, non centri di potere. Un ulteriore intervento, non meno rilevante, riguarda la disciplina degli incarichi extragiudiziari. Qui il punto non è negare la legittimità di attività che possono anche arricchire il bagaglio culturale e professionale del magistrato, ma impedirne ogni possibile distorsione. La partecipazione ad incarichi di insegnamento o altri impegni esterni non può tradursi in sovraesposizioni, né tantomeno in fonti di vantaggio personale o in una sottrazione, anche solo parziale, all’impegno che la funzione giurisdizionale comporta. Il tema non è astratto: la durata dei procedimenti, che incide direttamente sulla tutela dei diritti, è anche il riflesso del tempo e delle energie che alla giurisdizione vengono effettivamente dedicate. Si impone perciò l’introduzione di limiti chiari, rigorosi e verificabili, capaci di prevenire situazioni di conflitto di interessi e di preservare l’efficienza complessiva del sistema.

Diritto internazionale

Vi è poi un profilo rimasto ai margini del confronto referendario, ma che non può essere eluso: il rapporto tra la giustizia italiana e la giustizia internazionale. Non va dimenticato che chi ha sostenuto la riforma è lo stesso governo che ha segnato un indegno arretramento rispetto alla giurisdizione universale contro le atrocità di massa della Corte penale internazionale: liberando il torturatore libico Almasri l’Italia si è sottratta agli obblighi di cooperazione imposti dallo Statuto di Roma che nel 1998 fu sostenuto proprio dall’Italia e firmato in Campidoglio. Occorre perciò riprendere quel percorso attraverso il varo dell’atteso Codice dei crimini internazionali, per riaffermare la piena adesione al sistema della Corte penale dell’Aja. Su tutto, è indispensabile ripensare l’organizzazione complessiva dell’azione penale. La definizione delle priorità deve essere trasversale, non secondo l’indirizzo di un governo o dell’altro, e soprattutto non deve porre in secondo piano i reati contro la pubblica amministrazione: la corruzione deve rimanere tra le priorità in maniera trasparente e coerente con l’interesse generale emerso con chiarezza anche da questo esito referendario. In linea generale, emerge soprattutto con evidenza la necessità di una “giustizia di prossimità”, a misura dei bisogni dei cittadini: occorre ripensare al dispositivo territoriale per renderlo più ramificato sul territorio, e pensare a presidi dedicati nelle aree più ad alto rischio, come quelle dei quartieri interi posti sotto controllo della criminalità. Il cittadino non può essere lasciato solo di fronte all’illegalità minuta, né costretto a rassegnarsi a tempi incompatibili con la tutela effettiva dei propri diritti. Una giustizia lenta o distante è, nei fatti, una giustizia negata. E questa prospettiva deve necessariamente includere anche la giurisdizione civile: occorrono tutele immediate dei diritti e prevenire derive – come quelle della ‘famiglia del bosco’ – che rischiano di non cogliere le questioni sociali sottese. Solo un sistema capace di bilanciare equità sostanziale e tempestività può ritenersi credibile agli occhi dei cittadini.

Riformare senza sfascaire

In conclusione, il referendum ci consegna un’indicazione chiara ma impegnativa: è il momento di assumere una responsabilità condivisa, di esercitare una vigilanza esigente, di rinnovare l’impegno civile. Le riforme o le conferme di norme vigenti, da sole, non determinano il destino di una democrazia: a deciderlo sono le coscienze dei cittadini, la loro capacità di comprendere, partecipare, non distogliere lo sguardo. La sfida che si apre non riguarda solo l’assetto della giustizia, ma la democrazia stessa, la sua capacità di rigenerarsi mantenendo fermi i principi di uno Stato di diritto forte, coerente e pronto ad essere consegnato alle generazioni future.
*Membro Associazione Italiana Giuristi Europei