Fitto contestato (ed esfiltrato) a Charleroi: quando l’autorevolezza non si costruisce con i comunicati stampa

Il vicepresidente Ue di FdI fatto uscire sotto scorta da un campus belga. Meloni aveva promesso autorevolezza. Charleroi risponde a modo suo

Fitto contestato (ed esfiltrato) a Charleroi: quando l’autorevolezza non si costruisce con i comunicati stampa

C’è una scena, a Charleroi, che vale più di mille comunicati stampa. Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, membro di Fratelli d’Italia, uomo che Giorgia Meloni ha indicato come prova del “ritrovato ruolo centrale dell’Italia in Europa”, viene esfiltrato da un campus universitario belga sotto i cori di studenti e professori. Non se ne va a piedi. Lo portano via. La delegazione valuta persino di passare dalla finestra. Poi arriva un rinforzo di polizia e il commissario lascia Charleroi tra le urla, con il bilaterale traslocato in un altro luogo. Non esattamente quello che la destra italiana ha in mente quando parla di “peso” dell’Italia nel continente.

Fitto era venuto a vedere i frutti dei fondi europei: ventitré milioni investiti nel campus, progetti di sviluppo regionale, la coesione europea raccontata attraverso le pietre e le aule. Una visita di routine, aveva fatto sapere il suo staff. Non è andata così.

Dipende da chi chiedi

La dinamica esatta dipende da chi si interroga. Un funzionario Ue ha minimizzato: una ventina di manifestanti, Fitto sapeva cosa aspettarsi. I media belgi raccontano di quasi cento persone, un’ora di blocco, manifesti con i volti di Fitto e del ministro-presidente vallone Dolimont appesi a testa in giù. Qualcuno ha usato la parola fascismo. Fitto ha risposto: “Voi vi chiamate antifascisti, ma io sono il primo antifascista!”. Difesa classica, quella che in Italia funziona ancora abbastanza bene. In Belgio, evidentemente, un po’ meno.

Il punto è che fuori dall’Italia, dove la storia del Novecento non è stata metabolizzata attraverso i filtri di una destra che ha riscritto la propria genealogia, la militanza in Fratelli d’Italia solleva domande che qui da noi si è deciso di non fare più. I gruppi socialisti e liberali, nel novembre 2024, allegarono al voto di approvazione della sua vicepresidenza una dichiarazione esplicita di riserve. Non era un dettaglio procedurale. Era un segnale politico rimasto tale. Fuori dai palazzi, però, i segnali politici si esprimono con meno eleganza.

L’autorevolezza che si decreta per comunicato

Meloni esultò: “L’Italia torna finalmente protagonista in Europa”. La destra celebrò la nomina come prova di una nuova autorevolezza italiana nei consessi europei. Eppure l’autorevolezza si misura non solo con i portafogli ottenuti, ma con il modo in cui ti ricevono quando arrivi. E a Charleroi il ricevimento non è stato quello previsto.

Il problema è che Fitto non ha brillato nemmeno dentro le istituzioni. Nel luglio 2025, alla commissione Sviluppo regionale del Parlamento europeo, la sua proposta di bilancio pluriennale fu demolita da tutti i gruppi: popolari, socialisti, liberali, verdi, persino i conservatori. Un eurodeputato Ppe lo accolse così: presentarsi in quella commissione dopo quella proposta era come andare negli Stati Uniti dopo Pearl Harbor. Non è il tipo di battuta che si riserva a chi guida bene il proprio portafoglio.

Il nodo è la centralizzazione della politica di coesione: il piano proposto da Fitto sposta poteri verso i governi nazionali a scapito delle regioni e delle autonomie locali. Quello che in Italia si chiama “rafforzamento del ruolo dello Stato” in Europa si chiama erosione del principio di sussidiarietà. Non piace a nessuno. Nemmeno agli alleati.

Prima ancora, la gestione del Pnrr come ministro era stata giudicata deficitaria: opere pubbliche penalizzate, problemi di trasparenza, decreti attuativi in ritardo cronico. Portare quel curriculum a Bruxelles come titolo di merito ha richiesto una certa disinvoltura narrativa.

La domanda che rimane

Charleroi non è solo una brutta giornata. È la fotografia di un equivoco strutturale che il governo italiano coltiva con cura: l’idea che l’Europa sia una platea da impressionare con le nomine, che basti sedersi al tavolo per contare, che il titolo costruisca da solo il profilo.

Ma in un’università belga, davanti a una dottoressa che spiega che la mattina si insegnano democrazia e stato di diritto, la domanda non riguarda il commissario ‘esfiltrato’. Riguarda chi lo ha mandato lì convinto che l’autorevolezza si decreti per comunicato stampa. Non bastava allora. Non basta adesso.