In Parlamento Giorgia Meloni ha provato a difendersi dalle opposizioni che l’hanno accusata sì di aver creato lavoro ma lavoro precario e con paghe da fame, continuando a negare il salario minimo a quattro milioni di lavoratrici e lavoratori che sono poveri pur avendo un impiego.
Leggi anche: Gip collegiale, l’allarme dell’Anm sull’ennesima riforma di Nordio
Altro che guerra al lavoro povero, Meloni rischia di spalancare le porte ai contratti pirata
“Vogliamo continuare a concentrarci anche sulla qualità del lavoro, in particolare dei lavoratori più fragili. Molto ci siamo occupati dei salari, in questi anni, in ultimo con la detassazione degli aumenti contrattuali, ma è evidente che esistono ancora sacche di lavoro povero che occorre affrontare. Così, nel Consiglio dei Ministri che si terrà in vista della Festa dei Lavoratori, rispettando una tradizione che va avanti fin dal nostro insediamento, vareremo ulteriori regole per combattere il lavoro povero, rafforzando i diritti di quei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva”, ha detto la presidente del Consiglio.
La strada è la contrattazione collettiva ma considerata in senso molto esteso
Ma a leggere la bozza di 16 articoli del decreto legislativo di attuazione della delega sui salari che, al momento, ha oneri non ancora quantificati ma già posti a carico della prossima legge di Bilancio e dei “successivi provvedimenti legislativi di finanza pubblica”, le destre si ostinano a negare il salario minimo e spalancano la porta alla contrattazione pirata. Il decreto attua la delega al governo, approvata a settembre 2025, che aveva di fatto sostituito integralmente la proposta delle opposizioni sul salario minimo affidando all’esecutivo sei mesi di tempo (entro il 18 aprile) per intervenire in materia di “retribuzione dei lavoratori” garantendo loro un “salario giusto ed equo” che però non sia determinato ex legge (come sarebbe stato il salario minimo), ma risulti variabile perché definito dalla contrattazione collettiva.
Ammessi anche i contratti siglati tra datori di lavoro e sindacati non bene identificati
La strada indicata dal decreto è quella di estendere il trattamento economico complessivo minimo dei contratti maggiormente applicati ai lavoratori scoperti da contrattazione collettiva. Ma la definizione di contrattazione collettiva nella bozza è molto estesa. Nell’articolo 3 si legge che per contrattazione collettiva si intende “le negoziazioni che intercorrono tra datori di lavoro o associazioni di datori di lavoro e organizzazioni di lavoratori appartenenti al medesimo settore o categoria, finalizzate alla definizione di accordi collettivi per la disciplina dei rapporti di lavoro e il trattamento retributivo adeguato, a cui si conformano i contratti individuali di lavoro stipulati sul territorio nazionale”.
Quindi la contrattazione collettiva fa riferimento ad accordi tra datori e sindacati, anche quelli non bene identificati, non è limitata cioè ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Una definizione estesa che potrebbe includere anche i contratti pirata.
Il M5S sulle barricate
“Esprimiamo forte preoccupazione in merito alla bozza di decreto legislativo volta ad attuare la delega sui salari, di cui abbiamo avuto modo di prendere visione. Così com’è stato concepito, il testo non contiene alcun elemento che contribuisca a definire in modo chiaro e vincolante cosa debba intendersi per ‘giusta retribuzione’. Al contrario, rischia di produrre effetti gravemente distorsivi nel mercato del lavoro: se dovesse rimanere invariato, spalancherebbe le porte alla proliferazione dei contratti ‘pirata’ e finirebbe per legittimare, di fatto, forme di sfruttamento lavorativo”, dicono dal M5S Dario Carotenuto e Mariolina Castellone.
In direzione opposta e contraria vanno alcuni Comuni e Regioni. La Sardegna adotta il salario minimo
E questo mentre Regioni e Comuni si muovono in direzione opposta. La soglia per il salario minimo di 9 euro l’ora è arrivata anche in Sardegna. Il consiglio regionale ha approvato una legge che impone questa base per i contratti legati agli appalti e concessioni pubbliche. La norma stabilisce un principio chiaro secondo la presidente Alessandra Todde: “Il lavoro deve essere tutelato e adeguatamente retribuito”. Non è la prima regione a muoversi su questo fronte: iniziative simili erano già state introdotte in Puglia, Toscana, Lazio. E anche in diversi Comuni come Firenze, Napoli e Livorno.