Sfruttare le falle nel dispositivo di sicurezza che hanno permesso a un 31enne di fare irruzione e aprire il fuoco durante la cena con i giornalisti organizzata dalla Casa Bianca per recuperare consensi elettorali. Dopo 48 ore dal tentato attentato ai danni del presidente degli USA, nel corso del quale è rimasto ferito un agente del servizio di sicurezza, Donald Trump, che inizialmente aveva usato toni pacati richiamando all’unità degli americani, sembra ora aver cambiato idea. Così, con il consueto show davanti alle telecamere, ha rilanciato teorie del complotto e ha accusato i media, le opposizioni e perfino movimenti civici di essere la causa di questa tragedia sfiorata.
Una serie di interventi con cui si è guardato bene dal denunciare il problema del troppo facile accesso alle armi da parte dei cittadini, un dramma che negli anni ha causato attentati e perfino stragi nelle scuole; tanto meno ha fatto un mea culpa per le troppe scelte divisive operate nel corso del suo mandato, che hanno esacerbato le tensioni negli USA, sfociate perfino in vere e proprie rivolte. Nessuna critica neanche a un dispositivo di sicurezza imponente ma che, come fanno notare molti analisti statunitensi, ha fatto acqua da tutte le parti. Per il tycoon, come in ogni “crisi” che deve affrontare, le colpe ricadono sempre sugli altri.
Trump parla di complotto e cerca di guadagnare consensi elettorali
Un concetto ribadito anche nelle ultime ore in numerose interviste, con toni sempre più accesi. Durante un’intervista a 60 Minutes, il cambio di passo del presidente è apparso evidente. Qui, ripercorrendo l’accaduto, ha spiegato che “l’aggressore era un cristiano che poi si è radicalizzato ed è diventato anticristiano”.
Una dichiarazione che sembra voler strizzare l’occhio all’elettorato cristiano, con cui di recente, dopo un lungo botta e risposta con Papa Leone XIV, ha avuto non pochi problemi. Ma poche ore dopo, questa volta parlando alla rete CBS, il leader di Washington ha ulteriormente alzato i toni sostenendo che Cole Tomas Allen, l’insegnante part-time che ha esploso almeno sei colpi di pistola, sarebbe “una persona molto disturbata”, aggiungendo, probabilmente per apparire come un “uomo forte”, di non aver “avuto paura: so come va la vita, viviamo in un mondo di pazzi”.
Un discorso in cui non è mancata neanche una battuta ironica quando, parlando dell’attentatore, ha detto: “È stato velocissimo, la NFL dovrebbe assumerlo”. Fin qui parole che hanno il sapore della semplice spacconata, ma poco dopo Trump ha alzato ulteriormente l’asticella dello scontro verbale puntando il dito contro il movimento “No Kings”, nato negli USA proprio in risposta alle sue politiche autoritarie.
A suo dire, il movimento, supportato dai democratici e dai media, avrebbe ispirato l’assalitore: “Il motivo per cui esistono persone del genere è che esistono persone che rappresentano il movimento No Kings. Io non sono un re. Se lo fossi non starei a trattare con voi (giornalisti)”. Parole condite dalla solita promessa di un’indagine per accertare responsabilità che, a suo dire, sono evidenti.
L’indagine e i nodi da chiarire
L’inchiesta delle autorità americane è effettivamente già iniziata e sembra mirata ad accertare una serie di anomalie. La prima è capire cosa non abbia funzionato nel dispositivo di sicurezza. A finire nel mirino degli investigatori è soprattutto il filtro esterno, affidato alla polizia.
Questo, secondo diversi testimoni, avrebbe mostrato varie falle, a partire dal fatto che nell’hotel Hilton spesso non sono state effettuate né verifiche dell’identità dei presenti né controlli sulle prenotazioni. Il secondo aspetto riguarda i controlli tra il perimetro esterno e l’accesso alle scale che portavano al salone, dove operavano agenti del Secret Service con tanto di metal detector.
Stando a quanto accertato, l’area presentava una zona “cieca”, quella sfruttata da Cole, come si vede nei video delle telecamere di sicurezza, e presidiata da pochi uomini. Qui, secondo quanto riportano i giornali statunitensi, nelle ore precedenti al tentato attentato l’uomo avrebbe nascosto le armi poi recuperate e utilizzate.
Tra gli elementi al vaglio degli inquirenti, come riporta il Washington Post, c’è anche un’anomalia organizzativa inspiegabile: all’evento erano presenti tutti i principali esponenti dell’amministrazione Trump. Si tratta di una situazione che normalmente viene evitata per motivi di sicurezza, secondo un rigido protocollo che questa volta è stato del tutto ignorato.
Ultimo aspetto che gli investigatori intendono accertare è il movente di Cole. A formulare un’ipotesi è il New York Post, secondo cui l’uomo avrebbe agito per astio nei confronti dell’amministrazione Trump, dovuto al rifiuto di fornire aiuti militari all’Ucraina, di cui Cole sarebbe stato un sostenitore.
Tutti punti oscuri che gli investigatori sperano di chiarire nei prossimi giorni.