Mentre Bruxelles vende il sogno della difesa comune, ottocento miliardi per il piano di Riarmo Ue e centocinquanta miliardi dello strumento Safe, succede una cosa che dovrebbe fermare tutti per un attimo: i governi nazionali si rifiutano di dire alla Commissione cosa stanno comprando, da chi, a che prezzo. Lo racconta Politico Europa in un’inchiesta firmata da Jacopo Barigazzi sul “data denial”, il rifiuto sistematico di comunicare le informazioni di base sugli acquisti militari. Stiamo per spendere mille miliardi per riarmare il continente, e ignoriamo cosa stiamo comprando.
L’opacità è di costruzione
Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius, rispondendo per iscritto a un’interrogazione del Parlamento europeo, ha dovuto ammettere che sui ventisette Stati membri solo dodici hanno trasmesso i dati sugli acquisti collaborativi all’Agenzia europea per la difesa. Senza quei numeri, riconosce lo stesso commissario, valutare se la strategia funzioni è “impossibile”. Il benchmark del 35% di acquisti congiunti, fissato dall’Agenzia nel 2007, resta indimostrato in vent’anni di rilevazioni. Nel 2022, ultimo dato disponibile, era al 18%. La Strategia industriale europea della difesa del 2024 alza il target al 40% entro il 2030. Solo che è una semplice comunicazione, priva di forza legale: obblighi di reporting volontari, sanzioni inesistenti, l’unica leva della Commissione è denunciare pubblicamente chi non collabora.
Insomma, gli Stati diffidano della Commissione e diffidano l’uno dell’altro, e protestano per il principio. Wouter Beke, eurodeputato belga del Partito popolare europeo nella commissione Difesa, lo dice a Politico: la sfiducia è uno dei principali ostacoli a una vera unione europea della difesa. Hannah Neumann, verde tedesca nella stessa commissione, è più precisa: senza i dati salta il controllo democratico sulla spesa militare. Kubilius può ripetere quanto vuole che il joint procurement riduce i costi: i ministeri annuiscono e poi firmano contratti bilaterali con i fornitori storici.
Il caso polacco
A Varsavia la frattura è esplosa in chiaro. A marzo il presidente Karol Nawrocki ha posto il veto sulla legge che doveva consentire alla Polonia di attingere ai 43,7 miliardi di prestiti Safe, la quota più grossa dell’intero strumento. Il premier Donald Tusk ha risposto annunciando un piano alternativo per ottenere comunque i fondi, e difendendo l’operazione con un argomento che, di fatto, smonta l’idea stessa di acquisto europeo: l’89% dei soldi resterà in Polonia. Una difesa europea finanziata dall’Europa che però spende a casa propria, certificata dal premier più europeista del consiglio. Sostanzialmente: tutti vogliono il prestito agevolato, nessuno vuole condividere il mercato.
Studi convergenti misurano il prezzo della frammentazione. Il think tank Ecipe ha calcolato che tre quarti dei contratti finiscono ad aziende nazionali, e solo circa il 10% della spesa risulta nel database europeo Ted. Il resto è buio. Bruegel stima che la mancanza di un mercato unico fa lievitare i costi unitari del 30%, e che una vera integrazione dimezzerebbe i prezzi. Una quota di quel migliaio di miliardi è già destinata a evaporare in rendite di posizione, pagate a imprese che hanno interesse opposto a una difesa europea integrata.
Sostanzialmente la difesa europea, per come la stanno costruendo, è una macchina che converte denaro pubblico in margine privato: gli Stati firmano, la Commissione presta, le imprese incassano, i Parlamenti scoprono dopo. La retorica della sicurezza serve a chiudere il dibattito prima che si apra. Quando un governo rifiuta di dire alla Commissione cosa sta comprando, dice qualcosa di preciso: la spesa militare è uno spazio politico in cui la trasparenza è un fastidio, e l’Europa un’astrazione utile a giustificare il bilancio. Mille miliardi al buio, da pagare ventisette volte.