Novantatré voti su novantatré. Lunedì 11 maggio la Knesset ha approvato un tribunale speciale autorizzato a comminare la pena di morte ai palestinesi condannati per l’attacco del 7 ottobre 2023. Lo riporta l’Associated Press. I processi saranno trasmessi in diretta. Il paragone con il processo del 1962 al criminale nazista Adolf Eichmann lo fanno gli stessi proponenti.
Tre organizzazioni israeliane per i diritti umani — il Centro per la difesa dell’individuo, il Centro legale Adalah e il Comitato pubblico contro la tortura — in una nota dell’11 maggio definiscono la legge «uno spettacolo punitivo e retributivo» che subordina «ogni principio di giustizia penale equa». Le sentenze potranno essere pronunciate a maggioranza.
Lo stesso giorno il New York Times pubblica l’inchiesta di Nicholas Kristof, “The Silence That Meets the Rape of Palestinians”: quattordici testimoni descrivono stupri e abusi sessuali sistemici nelle carceri israeliane. Tre di loro minorenni. Risposta del ministero degli Esteri israeliano: «calunnia del sangue». Secondo il Comitato pubblico contro la tortura, Israele detiene oggi 1.300 palestinesi di Gaza senza accusa formale.
La rima Eichmann vale per ciò che la legge mostra. Ciò che la legge non mostra resta fuori inquadratura: i detenuti senza accusa, le testimonianze di Kristof, le condizioni del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, detenuto dal 27 dicembre 2024 e descritto «quasi irriconoscibile» da tre prigionieri rilasciati.
A Marmaris cinquantasette imbarcazioni della Global Sumud Flotilla si sono riunite l’11 maggio in assemblea per decidere se ripartire. Saif Abukeshek e Thiago Ávila, liberati dopo dieci giorni di detenzione, ricordano che restano dentro 9.500 palestinesi. Nessuno di loro avrà un processo in diretta.