“Non chiediamo privilegi o immunità, ma certezza giuridica e tutela del legittimo affidamento per chi opera facendo affidamento su procedure ufficiali, strumenti istituzionali e sotto il controllo delle competenti autorità”.
È un passaggio della lettera inviata dal segretario dell’Associazione Nazionale Funzionari di Polizia (Anfp), Enzo Letizia, ai ministri degli Interni, Matteo Piantedosi e della Giustizia, Carlo Nordio, nonché al capo della Polizia, Vittorio Pisani. Una missiva che arriva poche settimane dopo le pesanti condanne inflitte a cinque funzionari di Polizia nel processo d’appello bis di Firenze per il rapimento e al rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva e di Alua, rispettivamente moglie e figlia del dissidente e oppositore politico kazako Mukhtar Ablyazov.
Il rapimento della Shalabayeva e della figlia
Una vicenda che ha sollevato un duro scontro politico e giudiziario internazionale, iniziata il 29 maggio 2013, quando la Polizia irrompe in una villa a Roma alla ricerca di Ablyazov (allora nella lista dei ricercati internazionali), ma trova solo la moglie e la figlia. Entrambe vengono fermate e, pur in possesso di un passaporto diplomatico centroafricano (ritenuto contraffatto), vengono rimpatriate in Kazakistan, con una procedura d’urgenza.
Un modus operandi al di fuori delle leggi, stabiliranno poi le sentenze, perché ha ignorato i diritti della donna di farsi identificare correttamente e di denunciare lo status di perseguitato politico del marito.
Tanto che a seguito del forte scandalo diplomatico e della revoca del provvedimento di espulsione da parte dell’Italia, a Shalabayeva e alla figlia fu permesso di lasciare il Kazakistan a dicembre 2013 per fare ritorno in Europa.
Cinque poliziotti condannati
Per quella storiaccia finirono sotto processo cinque uomini delle forze dell’ordine, accusati di sequestro di persona (i giudici di primo grado parlarono di un vero e proprio “rapimento di Stato”). A novembre 2025, nel processo di rinvio, la Corte d’Appello di Firenze ha confermato la condanna per sequestro di persona nei confronti dei cinque poliziotti imputati, tra cui spicca l’ex capo della Squadra Mobile di Roma ed ex questore di Palermo, Renato Cortese, condannandoli a 4 anni di reclusione, sebbene il sostituto procuratore generale Luigi Bocciolini avesse chiesto l’assoluzione perché “il fatto non sussiste”.
Per l’Anfp si rischia un “effetto paralizzante”
Ed è in seguito a quella condanna che l’Anfp ha interrogato ieri i ministri competenti. Nella lettera, l’Anfp evidenzia come “procedimenti protratti per oltre un decennio, accompagnati da letture processuali profondamente divergenti sui medesimi fatti, rischino di generare un effetto paralizzante sull’azione degli operatori, alimentando timori, incertezza e approcci difensivi incompatibili con l’efficacia del sistema sicurezza”.
“Quando un procedimento dura una parte significativa della vita professionale di un funzionario dello Stato, il processo stesso diventa una sanzione”, scrive Letizia. “Se il messaggio che passa è che anche condotte sviluppate nell’ambito di procedure formalmente legittime possano essere radicalmente reinterpretate”, si legge ancora nella lettera, “il rischio concreto è quello di indebolire capacità decisionale, tempestività operativa e assunzione di responsabilità”.
Per queste ragioni, l’Associazione ha chiesto ai ministri Piantedosi e Nordio “una riflessione anche sul piano politico e normativo, per assicurare il necessario equilibrio tra responsabilità individuale, certezza del diritto e sostenibilità dell’azione di polizia giudiziaria”, conclude Letizia.