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Basta alibi: produttività ferma per colpa del precariato

Una ricerca conferma che l'Italia ha sacrificato la qualità del lavoro per la quantità: se la produttività è ferma è colpa del precariato.

Basta alibi: produttività ferma per colpa del precariato

Giovedì 12 dicembre 2024, su queste colonne, criticavo le tesi di un economista liberal secondo cui “la flessibilità ha contribuito a creare nuovi posti di lavoro ma qualcuno fa finta di nulla”. Siccome il tempo è galantuomo, ai dati che all’epoca citavo (fra cui quelli di uno studio di Bankitalia del 2022 che smontava le suddette argomentazioni) si aggiunge ora una ricerca condotta dagli economisti Francesco Ravazzolo e Josué Diwambuena, pubblicata sull’Oxford Bulletin of Economics and Statistics.

Tale ricerca conferma – qualora ce ne fosse bisogno – come nell’ultimo quarto di secolo l’Italia abbia sacrificato la qualità del lavoro sull’altare della quantità, pagandone ancora oggi le conseguenze. Tra il 2000 e il 2022, difatti, il Pil del nostro Paese è cresciuto in media dello 0,32% all’anno contro l’1,2% dell’area euro. È mancata la voglia di lavorare? No, bensì la capacità del sistema di rendere quel lavoro più “prezioso”. Il problema è rappresentato proprio dalle riforme che a parole avrebbero dovuto modernizzare il mercato del lavoro ma che, nei fatti, hanno prodotto l’effetto opposto. Pacchetto Treu, legge Biagi, varie liberalizzazioni dei contratti a termine: questi interventi legislativi hanno reso più facile assumere lavoratori a termine, così le imprese hanno inglobato in massa lavoratori a bassa qualifica rinunciando a investire in formazione e innovazione.

Più ore lavorate ma meno valore prodotto per ciascuna di esse. Per Ravazzolo e Diwambuena, gli shock di offerta di lavoro, ossia gli incrementi nella partecipazione al mercato spesso innescati proprio dalle riforme, sono il principale fattore che nel lungo periodo ha portato a un calo della produttività. Una buona notizia però c’è: al contrario della narrazione diffusa che vede i robot come nemici del lavoro, lo studio dimostra come le scosse economiche di automazione e tecnologia abbiano generato guadagni di produttività significativi e duraturi. Ciò significa che, quando le imprese investono in tecnologie che sostituiscono compiti ripetitivi, il valore prodotto per ora lavorata cresce.

Ma il paradosso italiano è anche questo: dopo la Germania, il nostro è il secondo Paese in Europa per stock di robot industriali (il sesto a livello mondiale); eppure, non riesce a tradurre questo patrimonio tecnologico in crescita diffusa. Per i due economisti, bisogna scongiurare il rischio di una “italianizzazione” dell’Europa: se a livello continentale si continuerà a privilegiare la quantità di lavoro rispetto alla qualità, si rischierà lo stesso declino della produttività. Si salvi chi può.