Pnrr e parità di genere, le promesse mancate del governo Meloni: ecco i dati elaborati da Openpolis

Solo nel 34% dei bandi Pnrr è prevista la riserva femminile. E il governo Meloni cancella anche le Consigliere di parità regionali

Pnrr e parità di genere, le promesse mancate del governo Meloni: ecco i dati elaborati da Openpolis

316mila gare bandite con i soldi del Pnrr, e la clausola che doveva trasformare il piano in uno strumento di occupazione femminile è stata inserita appena nel 34% dei casi. Nella metà esatta dei bandi, il 50,8%, della riserva non c’è traccia. Lo certifica una nuova analisi di Openpolis del 25 maggio 2026 su dati Anac. Il governo guidato dalla prima presidente del Consiglio donna nella storia della Repubblica, Giorgia Meloni, chiude la stagione del piano con un bilancio che le donne italiane possono leggere riga per riga.

L’articolo 47 del decreto legge 77/2021 obbligava le imprese aggiudicatarie a riservare almeno il 30% delle nuove assunzioni a donne e a giovani sotto i 36 anni. Era una delle tre priorità trasversali del piano, accanto a giovani e riequilibrio territoriale. Sulla carta è un meccanismo di inclusione: in pratica è un campo minato di deroghe. Sono 9 le motivazioni che permettono alle stazioni appaltanti di saltare la clausola. La più gettonata, il 44,2% dei casi, è il valore economico ridotto del contratto. In un altro 39% la giustificazione è semplicemente «altro». Anac parla esplicitamente di «violazioni» e ricorda che quelle disposizioni «non sono facoltative». In alcuni casi ha chiesto di applicare penali o di valutare la risoluzione del contratto. Cifra di sintesi: nel 2025 solo il 7,3% delle procedure ha previsto clausole per la parità di genere e l’assunzione di giovani.

I conti della donna premier

Le 56 misure del piano riconducibili alla parità di genere valgono 98,4 miliardi, secondo l’elaborazione di Openpolis su dati OpenPnrr e Italia Domani. Al 31 dicembre 2025 ne risulta speso il 45,5%. Sull’imprenditoria femminile, 400 milioni stanziati: speso il 39,7%. Le case della comunità dovevano essere 1.350 per 2 miliardi: dopo le revisioni concordate con Bruxelles sono state ridotte a 1.038, con lo stesso importo. Al 19 dicembre 2025 le strutture concluse erano 258, quelle collaudate 120. Lì dentro dovrebbero entrare anche i consultori e i percorsi per le donne vittime di violenza. Il sistema di certificazione della parità di genere, finanziato con 10 milioni, ha rilasciato 8.798 certificati da 61 organismi accreditati: una macchina di bollini.

Lo sfondo è quello che la cabina di regia preferisce non guardare. L’Istat registra a settembre 2025 un tasso di occupazione femminile del 54,1% contro il 71,3% maschile: oltre 17 punti di distanza. Il Gender Equality Index 2024 dell’Eige colloca l’Italia a 69,2 punti contro la media Ue di 71. Sui salari, l’ultima fotografia Inps, riferita al 2023, registra 643 euro lordi settimanali per gli uomini contro 501 per le donne: un 28,34% in più.

Quello che il governo ha invece scelto di fare

C’era una legge per misurare il divario: la Gribaudo del 2021, approvata all’unanimità. Prevedeva un Rapporto biennale sulla parità di genere da presentare al Parlamento. Dall’insediamento del governo Meloni quel rapporto è rimasto nel cassetto. Il sito che doveva ospitare i dati delle aziende aderenti al protocollo è invisibile. La Consigliera nazionale di parità nominata nel 2024, Filomena D’Antini, ha avuto l’incarico in accordo tra la ministra del Lavoro Marina Calderone e la ministra per le Pari opportunità Eugenia Roccella. Alla vigilia dell’8 marzo 2026, Meloni e Roccella hanno depositato un decreto legislativo per cancellare le Consigliere di parità regionali. Le donne dei territori, in caso di discriminazione, sono invitate a scrivere una pec al ministero a Roma.

Una donna a Palazzo Chigi serve quindi a poco se i bandi non includono donne, i rapporti restano nei cassetti, le tutele locali vengono smontate e i fondi europei restano spesi a metà. Resta da capire chi spiegherà alle donne italiane che il Pnrr era anche per loro, e perché la prima presidente del Consiglio donna abbia firmato il bilancio peggiore di tutti sulla parità.