Il 29 maggio 2026 il Ministero della Salute ha firmato un’ordinanza sull’ebola che parla, testualmente, di “basso rischio di infezione” sul territorio nazionale. Quattro giorni dopo lo stesso virus serve a giustificare un’urgenza. È il sesto “decreto sicurezza” del governo di Giorgia Meloni in tre anni e mezzo, e arriva come i cinque che lo precedono: addosso al Quirinale.
Il provvedimento, raccontato dal Messaggero e atteso in uno dei prossimi Consigli dei ministri, serve a recepire il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che entra pienamente in vigore il 12 giugno. Le norme comprimono i diritti dei richiedenti asilo, allargano espulsioni e rimpatri, legittimano i centri di trattenimento fuori dall’Unione. Di fatto siamo sulla linea del modello del centro di Gjader, in Albania, nato da un accordo del novembre 2023 e rimasto quasi sempre vuoto.
Il giro intorno al parlamento
Le norme per recepire il Patto erano già incardinate altrove. Il 5 febbraio il Consiglio dei ministri aveva approvato un decreto sicurezza e, accanto, un disegno di legge sullo stesso tema. L’11 febbraio quel ddl si era allargato con una delega: sei mesi al governo per adottare i decreti legislativi di recepimento. E poi lo strumento ordinario, quello in cui deputati e senatori fissano principi e paletti prima che l’esecutivo scriva: dal 13 maggio la commissione Affari costituzionali aveva avviato l’esame del testo, calendario delle audizioni compreso, ricostruisce Il Post.
Il decreto-legge ora azzera quel percorso. Interrompe di colpo la discussione parlamentare, sospende i lavori della commissione, e soprattutto sostituisce la delega con lo strumento d’urgenza: così a decidere parametri e contenuti torna il governo, da solo, aggirando le indicazioni di Camera e Senato. Anzi, le rende superflue.
E poi c’è il blocco navale, che a febbraio era parso troppo per la procedura d’urgenza ed era stato spostato proprio nel ddl. Adesso rientra dalla finestra. La formula scritta è “temporanea interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali”, da 30 giorni a 6 mesi, per minaccia terroristica, pressione migratoria considerata eccessiva o “emergenze sanitarie di rilevanza internazionale”. Ecco a cosa serviva l’ebola. Il 16 maggio l’Oms ha dichiarato l’emergenza internazionale per il focolaio nella Repubblica Democratica del Congo, ceppo Bundibugyo. Lo stesso governo che lo evoca per blindare le acque, col proprio Ministero della Salute, ammette il rischio basso in Italia. Intanto gli sbarchi del 2026 restano sotto i 7mila, in calo netto.
Un metodo, mica un incidente
Il copione si ripete, del resto. Aprile 2025: il governo prese un ddl sicurezza fermo in parlamento da un anno e mezzo e lo ricopiò quasi per intero in un decreto-legge, il DL 48/2025, espungendo i sei punti che Mattarella aveva giudicato inaccettabili. Aprile 2026: durante la conversione del quinto decreto spunta l’articolo 30-bis, un premio di 615 euro agli avvocati che portano a buon fine un rimpatrio volontario. Mattarella obietta, e convoca al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano. Il testo non si può più toccare senza farlo decadere, e allora il Consiglio dei ministri vara un secondo decreto, il DL 55/2026, che corregge il primo lo stesso giorno della conversione: il 24 aprile la Camera vota 162 sì, 102 no, un astenuto, e solo a quel punto il Colle promulga. Tutto regolare, dice il governo.
Sei provvedimenti emergenziali sullo stesso tema, e un’urgenza che ogni volta va inventata: prima gli scontri di piazza, ora un virus che il governo stesso giudica lontano. Il Patto europeo andava recepito con calma, attraverso il parlamento. Si è scelta un’altra strada, e la si è scelta sapendo che porta dritto a un nuovo scontro col Quirinale. Buona fortuna a chi pensa sia l’ultima volta.