Donald Trump continua a ripetere, nei suoi quotidiani show mediatici, che con lui gli Stati Uniti sono tornati sul tetto del mondo e che sotto la sua guida l’esercito americano è diventato una macchina da guerra perfetta. Peccato che molte delle dichiarazioni con cui cerca di mostrare i muscoli al resto del pianeta, dopo una prima fase del mandato in cui diversi leader sembravano avergli dato credito, stiano progressivamente scontrandosi con una realtà che le smentisce.
L’aspetto più sorprendente è che il presidente che avrebbe dovuto rilanciare l’America appare invece sempre più in balia degli eventi e incapace di uscire dalle difficoltà che si trova ad affrontare. Ma c’è di più. In questo progressivo indebolimento della capacità persuasiva degli Stati Uniti, un ruolo centrale lo sta giocando il suo principale alleato: il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Dopo aver contribuito a trascinare Washington nel confronto con l’Iran, il leader israeliano appare sempre meno disposto a seguire le indicazioni provenienti dalla Casa Bianca.
Netanyahu ignora Trump
A suggerirlo sono soprattutto gli eventi delle ultime 48 ore. Domenica, dopo settimane di minacce da parte dell’Iran, che aveva ventilato un intervento a sostegno degli alleati libanesi di Hezbollah, i Pasdaran sono tornati a lanciare missili contro Israele in risposta agli attacchi su Beirut e sul Libano. Netanyahu, che secondo numerosi analisti starebbe aumentando la pressione su Teheran anche per far naufragare i negoziati tra Washington e la Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha immediatamente promesso una dura rappresaglia.
Di fronte a queste dichiarazioni, Trump ha cercato di contenere l’escalation. Secondo Axios, citando un funzionario statunitense rimasto anonimo, il presidente avrebbe avuto una telefonata particolarmente tesa con Netanyahu, invitandolo a rinviare qualsiasi risposta militare. “Stiamo per concludere qualcosa di positivo in termini di accordo”, avrebbe detto Trump, chiedendo al premier israeliano di attendere dal lanciare una controffensiva. Sempre secondo la stessa fonte, Netanyahu avrebbe dato una disponibilità soltanto parziale, che avrebbe potuto consentire al presidente americano “di guadagnare qualche giorno di tempo”.
Le cose, tuttavia, sono andate molto diversamente. Poche ore dopo la conversazione, Israele ha colpito obiettivi militari in Iran. L’Afp ha riferito di esplosioni udite a Teheran, Tabriz e Isfahan. E com’era facile prevedere, gli attacchi hanno innescato una nuova spirale di azioni e reazioni tra Israele e Iran, complicando ulteriormente i già difficili negoziati tra Washington e Teheran che ora sembrano più vicini al fallimento di quanto non lo fossero la settimana scorsa.
… e pure l’Iran fa fare figuracce al tycoon
Di fronte all’escalation, Trump ha continuato a minimizzare, sostenendo che gli attacchi reciproci “non avranno alcun impatto sull’accordo” e che “i negoziati finali stanno procedendo, a meno che la stupidità non li fermi”. Anche in questo caso, però, gli sviluppi successivi lo hanno smentito. L’esercito israeliano ha annunciato l’espansione delle operazioni militari a Gaza e in Libano, proprio quei fronti che hanno contribuito a riaccendere la tensione con Teheran.
Inoltre, l’IDF ha lasciato intendere che gli attacchi contro l’Iran potrebbero proseguire per giorni, dichiarandosi pronto anche a una possibile ripresa del conflitto su larga scala. La cosa peggiore è che Trump sembra ormai avere margini sempre più ridotti per influenzare gli eventi. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha confermato che “le consultazioni diplomatiche continueranno in ogni circostanza”, ma allo stesso tempo ha accusato Washington di essere corresponsabile dell’attuale escalation.
“Nessuno crede che il regime sionista agisca senza coordinamento con gli Usa”, ha dichiarato. Parole che evidenziano la crescente difficoltà del tycoon nel convincere le parti e gli alleati della propria capacità di risolvere la situazione, e che c’è da scommettere porteranno a una crisi della credibilità degli Usa che si protrarrà per anni.