Cinque milioni e 560 mila. Tanti sono gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2026, secondo l’Istat: il 9,4 per cento della popolazione. Roberto Vannacci, alla costituente di Futuro Nazionale del 13 e 14 giugno, ha fissato il tetto al 4 per cento e ha promesso la remigrazione. Il conto è semplice: per arrivare a quella soglia bisognerebbe portar via più di tre milioni di persone. È da qui che il programma comincia a sgretolarsi.
Perché l’Italia, nel 2025, ha eseguito in tutto 6.772 rimpatri, dato del Viminale; nel 2024 erano stati 5.414. Anche al ritmo record dell’anno scorso, per spostare tre milioni di persone servirebbero più di quattro secoli. E ogni pratica, stima Frontex, costa intorno ai 5.800 euro: il totale supererebbe i 18 miliardi, solo di trasferimenti.
La maggior parte di quei cinque milioni e mezzo, poi, è regolare: lavora, versa contributi, ha un permesso valido. Più di un milione sono romeni, cittadini europei che il diritto dell’Unione vieta di rimpatriare. E anche restando ai soli irregolari, stimati dalla Fondazione Ismu in circa 339mila, al passo attuale servirebbero comunque decenni. Lo stesso vale in tutta l’Unione: nel 2024, su 453.840 ordini di espulsione europei ne sono stati eseguiti 119.155, poco più di uno su quattro, dati Eurostat. Il rimpatrio di massa non riesce a nessuno. La remigrazione è uno slogan, e sbatte contro l’aritmetica prima ancora che contro il diritto.
Le proposte che la legge già vieta
“La prima proposta che faremo”, ha annunciato Vannacci, “è riportare il libretto di lavoro a 14 anni”. Solo che in Italia l’età minima è 16 anni, e la regola poggia su tre pilastri: l’articolo 37 della Costituzione, il decreto legislativo 345 del 1999 che recepisce una direttiva europea del 1994, la convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro del 1973. Per mandare al lavoro i quattordicenni servirebbe smontare l’obbligo scolastico e violare insieme un trattato europeo e una convenzione Onu.
Stesso destino per la revoca della cittadinanza a chi commette reati. L’articolo 22 della Costituzione vieta di privare qualcuno della cittadinanza per motivi politici, e le convenzioni internazionali impediscono di creare apolidi. Oggi la revoca esiste, ma solo per terrorismo ed eversione e solo dopo condanna definitiva. Estenderla ai reati comuni è incostituzionale: perdere la cittadinanza italiana significa perdere anche quella europea, e la Corte di giustizia dell’Unione europea già nel 2019 impone un vaglio di proporzionalità caso per caso.
Contro il calendario e contro la Gazzetta
C’è poi l’ora legale tutto l’anno, accolta da un applauso fragoroso. Solo che in Europa la regola la direttiva 2000/84: nessuno Stato la fissa da solo, serve il coordinamento dei Ventisette, e la riforma è ferma dal 2019. Vannacci però la promette per decreto.
E quando dice che «il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri», nega una legge in vigore. Il femminicidio è reato dal 17 dicembre 2025: articolo 577-bis del codice penale, ergastolo, legge 181. L’ha votata la Camera all’unanimità, 237 sì e nessun contrario, compresi i suoi ex alleati di Lega e Fratelli d’Italia.
Il resto sono promesse senza copertura: quoziente familiare, reddito di maternità, dighe nelle Alpi, tutte da pagare, parole sue, con “i soldi che diamo ai clandestini”. Soldi che, cacciando chi lavora e versa i contributi, sparirebbero insieme alle persone. Un programma che si autofinanzia tagliandosi le entrate, il cane che si morde la coda.
Sommando, resta poco. Un programma che sbatte contro i numeri, contro la Costituzione, contro i trattati europei resta quello che è: un raduno identitario travestito da piattaforma di governo. E si combatte con la calcolatrice, non con l’indignazione, perché ogni paragone con i tempi che furono gridato a sinistra gli regala il ruolo che cerca.