Un altro referendum, il terzo, sul nucleare. Che nasce dalla necessità di portare avanti una riforma, fortemente voluta dal governo Meloni, che farebbe tornare il nucleare nel nostro Paese nonostante la bocciatura arrivata dai due precedenti voti referendari degli ultimi 40 anni. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, dà “per scontato” un nuovo referendum sul nucleare, che si potrebbe tenere “nel 2028 o nel 2029”: “È un diritto della nostra Costituzione poter partecipare alle decisioni”, dice il ministro durante un evento a Torino.
“Credo – continua – che sia del tutto naturale che in democrazia si possano raccogliere delle firme per fare un referendum, la cosa fondamentale è che dobbiamo cercare, tutti noi, di dare il massimo della chiarezza, dare tutte le risposte e la massima trasparenza”. Che venga chiesto un referendum, per Pichetto, è quindi normale. Il problema è capire se poi verrà rispettato, perché i precedenti fanno pensare ad altro.
Nucleare, già ignorati i due referendum che l’hanno bocciato
Sul nucleare gli italiani sono stati chiamati a votare per la prima volta nel 1987, dopo la tragedia di Chernobyl: in quell’occasione bocciarono una serie di norme che hanno, di fatto, sancito il progressivo abbandono del programma nucleare italiano. Poi, nel 2011, gli italiani sono tornati a votare, in questo caso dopo Fukushima, e hanno bocciato la riforma del governo Berlusconi che proponeva proprio un ritorno al nucleare: 26 milioni di italiani decisero di abrogare quelle norme e chiudere, di nuovo, il capitolo. Eppure il governo si prepara a un nuovo voto e il ministro dell’Ambiente pensa che l’esito possa essere differente perché oggi “è cambiata la tecnologia, è cambiata la presa di coscienza”, anche sul fronte della “necessità di decarbonizzare”. Per Pichetto serve “aggiungere una produzione di energia da fonte pulita”.