Lobby Ue, un 2026 da record: 381 milioni di spesa dichiarata a Bruxelles e la più grande ondata di deregolamentazione

Il rapporto Corporate Europe Observatory: 173 lobby spendono 381 milioni, metà più del 2020. Big Tech in testa, Meta oltre 10.

Lobby Ue, un 2026 da record: 381 milioni di spesa dichiarata a Bruxelles e la più grande ondata di deregolamentazione

In milioni di euro, 381,75. È la spesa dichiarata per il 2026 dai principali gruppi di pressione che lavorano sulle istituzioni dell’Unione europea, secondo il rapporto “The EU Corporate Lobby League 2026” di Corporate Europe Observatory e LobbyControl, uscito l’11 giugno. Sono 173 soggetti con almeno un milione di budget dichiarato, quasi il 50% in più rispetto al 2020, e arrivano al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno con un accesso mai visto: nel 2025, ricorda il rapporto, il 40% degli incontri dei gabinetti dei commissari è stato con rappresentanti d’impresa, contro il 16% delle organizzazioni non governative, la cui quota è scesa dal 22% della prima Commissione von der Leyen.

Chi spende, e quanto

A guidare è la tecnologia: le ventitré aziende più grandi del settore dichiarano insieme 73 milioni, il 57,8% in più del 2020. Meta è la prima singola azienda, con oltre 10 milioni, cresciuti del 135% in sei anni. La segue Amazon con 9 milioni, poi Apple con 8, Microsoft con 7. Dietro la tecnologia vengono la finanza, 66,75 milioni, l’energia, 52 milioni, la chimica e l’agroindustria, 46,5 milioni. In sei anni i soggetti sopra il milione sono aumentati del 29%. Il primo singolo dichiarante resta la chimica: la sua federazione europea, CEFIC, da sola mette a bilancio 12,29 milioni.

E i soldi rendono. “La più grande ondata di deregolamentazione mai vista” nell’Unione, la chiama il rapporto: dieci pacchetti omnibus che tagliano in blocco regole esistenti, su sostenibilità, agricoltura, chimica, emissioni industriali, pesticidi. Sul digitale, il Digital Omnibus presentato a fine novembre 2025 viene descritto come “il più grande arretramento dei diritti digitali fondamentali nella storia dell’Ue”. Ai cinque tavoli di consultazione che lo hanno preparato sedevano 114 aziende e 9 organizzazioni della società civile. A marzo la presidente della Commissione von der Leyen ha rinviato una multa da un miliardo di euro a Google per le regole sulla concorrenza, per non irritare l’amministrazione Trump. Le tecniche, ricorda LobbyControl, vanno dalle riunioni riservate agli studi commissionati, fino alle porte girevoli che reclutano ex politici con la loro rubrica di contatti.

E qui rientrano anche le guerre, ma da dentro il palazzo. Una sezione del rapporto si intitola, senza giri di parole, “Big Energy usa la guerra in Iran per incassare”: l’industria fossile cavalca la crisi mediorientale per spingere idrogeno e gas e smontare le regole sul metano, mentre i profitti di Shell nei primi tre mesi del 2026 sono più che raddoppiati, a 6,9 miliardi di dollari. Il conflitto su cui l’Unione, come soggetto politico, resta a guardare, dentro Bruxelles diventa l’ennesimo argomento di vendita.

Un registro che non vincola

Il quadro, avvertono gli autori, è parziale e per difetto. Il registro per la trasparenza è volontario, senza sanzioni i dati valgono quanto le aziende decidono di dichiarare, e LobbyControl stima in 1,3 miliardi la spesa reale complessiva per il lobbying europeo. Sullo sfondo c’è ReArm Europe, il piano che spinge gli Stati verso 800 miliardi di spesa militare. Che il problema sia reale lo dicono gli stessi numeri del registro: l’anno scorso una segnalazione degli autori ha costretto nove gruppi a correggere le dichiarazioni, per quasi 48 milioni complessivi.

La raccomandazione del rapporto è semplice: un registro vincolante e un argine che tenga le lobby fuori dalle decisioni su clima e diritti digitali, come già si tenta con il tabacco. Intanto la spesa cresce, e l’accesso pure. Trecentottantuno milioni, dichiarati. Quelli veri, nessuno li conta.