Il 17 giugno Francesco Lollobrigida pubblica su Instagram una grafica gialla: “Da Europarlamento stop a carne sintetica e meat sounding”, e sotto, come da curva dello stadio, “avevamo ragione noi”. Nel post il ministro dell’Agricoltura rivendica di essere stato “il primo al mondo a vietare la produzione e il commercio della carne sintetica” e annuncia che adesso “anche il Parlamento europeo segue la linea italiana”.
Peccato che il Parlamento europeo non abbia vietato niente.
Il 16 giugno 2026 l’Aula di Strasburgo ha approvato, con 560 voti favorevoli, 75 contrari e 25 astensioni, la riforma dell’organizzazione comune dei mercati agricoli, l’Ocm, un regolamento pensato per rafforzare la posizione degli agricoltori nei contratti di filiera. Il grosso del testo sta lì: contratti scritti obbligatori, organizzazioni di produttori più forti, prezzi che dovrebbero coprire i costi reali in azienda. Dentro c’è pure una norma sulle parole: si introduce una definizione di carne come “parti commestibili degli animali” e si riservano 31 denominazioni, da beef a bacon, da bistecca a costine, ai soli prodotti che la carne la contengono davvero. Chi vende qualcosa ottenuto da colture cellulari quei nomi non potrà appiccicarli sull’etichetta.
Si blinda un nome, si lascia in piedi il prodotto. La carne coltivata, quella cresciuta in laboratorio da cellule animali, in Europa resta dove stava: senza autorizzazione come novel food, quindi già fuori dal mercato prima ancora del voto. Il regolamento stabilisce come la potrai chiamare il giorno in cui arriverà. Sul se la puoi produrre, tace.
Cosa ha letto il ministro
Lollobrigida interpreta “denominazioni riservate” come “divieto”. Legge una regola sull’etichetta e annuncia uno “stop” alla produzione.
E poi c’è il calendario a frenare ulteriormente gli entusiasmi. Quel testo non è ancora legge. L’accordo provvisorio tra Parlamento e Consiglio risale al 5 marzo 2026, l’Aula lo ha confermato a giugno, ma per entrare in vigore manca ancora il via libera formale del Consiglio dell’Unione europea. Il ministro festeggia una norma che deve ancora chiudere il giro, e intanto la spaccia per vittoria definitiva.
La linea italiana, e la confusione che la segue
La linea italiana esiste davvero, ed è un’altra cosa. La legge 172 del 2023, in vigore dal 16 dicembre di quell’anno, voluta dallo stesso Lollobrigida insieme al ministro della Salute Orazio Schillaci, vieta sul serio produzione, vendita e importazione della carne coltivata sul territorio nazionale. Un divieto pieno, oggi l’unico statale al mondo. Strasburgo ha fatto qualcosa di molto più stretto, ha protetto dei nomi, e su quei nomi va davvero nella stessa direzione di Roma. Sul divieto di produrre, l’Aula non l’ha seguita: quel passaggio italiano non lo ha ripreso. La relatrice del testo, la francese Céline Imart (Ppe), ha insistito su etichette e trasparenza per i consumatori, mai sulla messa al bando.
Messo davanti alla smentita di Pagella Politica, il ministro ha risposto spostando il bersaglio: la “poltiglia cellulare”, ha scritto, in Europa non è prodotta né venduta, e comunque non potrà chiamarsi carne. Vero, solo che è un’altra frase rispetto a “l’ha vietata il Parlamento europeo”. Dal “vietato” al “non si può chiamare carne” corre lo stesso spazio che separava il post dalla realtà.
“Avevamo ragione noi”, ha chiuso. Su cosa, andrebbe spiegato con calma: sul nome che cambia, sul divieto che non c’è, o sul testo che il Consiglio deve ancora votare. Tre risposte diverse, e nessuna coincide con la grafica gialla.